Viterbo – Accusato di aver detenuto illegalmente una pistola, ma i conoscenti negano: “Mai visto con un’arma in mano”.
Parlano i testimoni della difesa al processo a Gian Mauro Contena, uno degli arrestati dell’operazione Mamuthones.
Contena e l’altro allevatore sardo Gavino Goddi – difesi entrambi dall’avvocato Caterina Calia – sono gli unici a non aver scelto la via del rito abbreviato o del patteggiamento.
Per gli altri arrestati, il capitolo Mamuthones è chiuso da tempo, con condanne fino a otto anni. Ad alcuni indagati la procura contestava anche l’associazione a delinquere.
L’inchiesta, culminata nel blitz del 3 novembre 2014 tra Ronciglione e dintorni, nasce da una serie di episodi apparentemente scollegati; in realtà, dietro la valanga di furti notturni in campagna da decine di migliaia di euro a notte, i carabinieri di Ronciglione scoprono sempre le stesse persone e una lunga serie di crimini contestati a vario titolo.
Dalla rapina a una 60enne legata, imbavagliata e presa a pugni nella sua casa a Sutri, allo stalking su una coppia di anziani. Dagli incendi alle vendette contro i membri della banda accusati di fare la spia ai carabinieri: la lingua di animale morto, appesa al cancello di casa e il piano per esplodere colpi d’arma da fuoco contro le auto dei “traditori”. Vendette che il gip Franca Marinelli ha definito di “indole mafiosa” nella sua corposa ordinanza d’arresto.
Quella di Contena è tra le posizioni più marginali della voluminosa inchiesta coordinata dal pm Fabrizio Tucci. L’allevatore risponde solo di detenzione abusiva di arma. Ad aprile la sentenza.
