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Scambiato Tallevi per Marcomeni e Marcomeni per Tallevi…

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Il Vigile - Bruno Tallevi (al centro) e Gesualdo Marcomeni (a lato) come comparse

Il Vigile – Bruno Tallevi (al centro) e Gesualdo Marcomeni (a lato) come comparse

Il Vigile - Bruno Tallevi, secondo da sinistra

Il Vigile – Bruno Tallevi, secondo da sinistra

Il Vigile - Bruno Tallevi, primo da sinistra

Il Vigile – Bruno Tallevi, primo da sinistra

Viterbo – “Buongiorno, volevo per prima cosa ringraziarvi per il servizio che ci offrite. La prima cosa che faccio la mattina è leggere le notizie sul vostro portale e oggi mi sono imbattuto nelle immagini dei ‘Racconti e risate alla cine-passeggiata Il Vigile’. Nella foto del fotogramma tratto dal film il personaggio al centro in primo piano è mio padre di nome Bruno Tallevi e non il signor Gesualdo Marcomeni. Mi piacerebbe che Tusciaweb rettificasse il nome, solo ed esclusivamente in memoria di mio padre. Ringraziandovi anticipatamente – distinti saluti – Antonio Tallevi”.

A parte i complimenti, il tono della mail, giunta in redazione il 9 luglio, è squisitamente pacato. Ma Carlo – Carlo Galeotti, ovviamente – me la passa subito. Nelle redazioni le richieste di rettifica riscuotono sempre debita attenzione, anche quando si tratti di faccende trasparenti e innocenti refusi come questi. Carlo si rivolge subito a me perché – ahimè – in quanto conduttore della passeggiata e autore del pezzo “incriminato” la frittata l’ho combinata io. Io ho scambiato il padre di Antonio con il nonno della signora Paola Tamantini. E, si sa, a Cesare va sempre ridato quel ch’è di Cesare. Prendo subito il telefono e chiamo Tallevi, cospargendomi il capo di cenere. Invoco l’attenuante della felice baraonda del momento. Devo aver frainteso quando – in chiusura dell’affollata passeggiata consacrata ai luoghi del set del Vigile di Luigi Zampa (1960, quasi interamente girato tra Viterbo, La Quercia e Bagnaia) – fra applausi finali e ultimi saluti degli ospiti, la signora Tamantini spuntava fuori dal pubblico brandendo la foto-fotogramma. Suo nonno, quindi, era quello seduto di lato non quello al centro.

Antonio Tallevi precisa subito. Non è affatto offeso dal qui pro quo (sono cose che succedono, dice), solo gli sarebbe cara la rettifica in memoria di suo padre, che di quella comparsata cinematografara (e non era stata l’unica), nonostante l’esigua durata, due secondi appena, un istante, un attimo fugace, era rimasto orgogliosissimo nei decenni a venire – tanto che ogni volta che ridavano il vigile in Tv, si passavano parola fra i numerosi protagonisti-avventori (tutti rigorosamente viterbesi) della scena della pernacchia in trattoria ai danni di Otello-Albertone (sceso in giacca da camera a comprare mezzo litro di aceto rosso, quello con l’etichetta). Per rivederlo una volta di più, con moglie figli parenti e affini, per tornare a rievocare e vantare le proprie gesta in quello straordinario “romanzo” popolare rappresentato dalla personale partecipazione a un set cinematografico.

Orgoglioso da farci il petto gonfio, Tallevi. Per sé, ma soprattutto per la sua città, Viterbo. Bruno, facchino della macchina di santa Rosa quando il sodalizio non esisteva ancora e che per un soffio mancò il drammatico appuntamento del 1968, quando la macchina si fermò a via Cavour. Bruno, uomo di buonumore indefettibile ma anche gran lavoratore, ai tempi di quella comparsata faceva già da qualche anno il cuoco. Dove, chiedo ad Antonio? Al ristorante dell’Antico Angelo, allo sbocco di via Orologio Vecchio su piazza d’Erbe. Un momento. Ma quella non era una trattoria qualunque. Eh sì, perché pochi anni prima Federico Fellini vi aveva ripreso la memorabile scena della cena dei Vitelloni dopo lo spettacolo di varietà, in compagnia delle ballerine di avanspettacolo e del commendator Sergio, attor vecchio trombone, che più tardi, in una notte di vento da portarsi via persino le parole (splendida metafora di quell’eterna notte che era allora la vita di provincia), condurrà l’ingenuo Leopoldo – ahimè, solo per concupirlo – attraverso piazza d’Erbe lungo il Corso fino… al mare. Andateveli a rivedere quegli interni (io ci sono ripassato ieri, per curiosità, e ho sbirciato attraverso il vetro).

Nonostante i vistosi restauri e le modifiche intervenute nel tempo, è facilissimo riconoscerne l’architettura. Per la cronaca: in quella scena – davvero memorabile, i lettori di Tusciaweb se ne ricorderanno – proprio Alberto Sordi, il Vitellone Alberto, si cimentava in una favolosa imitazione del brindisi di Amedeo Nazzari nella blasettiana cena delle beffe: – E chi non beve con me, peste lo colga. Agnizione che ha sciolto d’incanto un dubbio che mi portavo dentro da ormai molti anni. A proposito di un tenero ricordo “sbagliato” del caro Alfio Pannega, quando narrava delle (dis)avventure vissute sul set di Vecchia guardia (Blasetti, 1935) da sua madre Giovanna, per tutti i viterbesi meglio nota come La Caterina. Un tenero lapsus, innocente testimonianza d’amor filiale, su cui un giorno prima o poi, lo giuro, mi risolverò a scrivere un pezzo.

Ma, bando alle divagazioni, torniamo al papà di Antonio, a Bruno Tallevi. Con Antonio decidiamo di incontrarci per un caffè. Una chiacchierata cordiale e piena di spunti, anche sul nostro difficile presente. Ma soprattutto una comune riflessione: è proprio vero, quei due secondi con papà Bruno in scena – assorto quasi ipnotizzato, in controcampo c’è l’Albertone nazionale – sono davvero un nonnulla. Ma rappresentano anche una forma dell’eternità. E così mi scopro, da qualche tempo, dedito e appassionato a inseguire storie di italiani e italiane come questa: umili e preziose, ciascuna un paragrafo del più splendido “romanzo” popolare del 20esimo secolo, il cinema della commedia all’italiana. E mi torna in mente il ciak immortale di Mirella bambina tra le braccia di mamma Lidimonda nella San Martino del Medico e lo stregone (Monicelli, 1957); o la dolce Nevina da Bagnoregio, la tenera sposina fugacemente abbracciata dal suo Ugo nel cine-pranzo per le loro “seconde” nozze, volute e “officiate” nientedimeno che da Federico Fellini sull’aia di un casale all’Acquarossa, per uno dei più intensi momenti della Strada (1954).

In casi come questo non puoi sbagliarti: torno a casa con un tesoretto prezioso e delizioso. Due foto tratte dall’album di famiglia che, con generosità e senza indugi, Antonio affida alle mie cure: Bruno ai tempi dell’Antico Angelo, ritratto insieme coi colleghi in una pausa dal lavoro. In entrambe assume pose scherzose. (Poco importa che sia un giro di morra piuttosto che una mano tra i denti sul genere: – Che te pòssino! – con arco espressivo degli occhi vagamente gassmaniana).

Tornato a casa, non resisto. Metto subito il dvd del Vigile, alla scena della pernacchia. Ed eccoli lì, per sempre insieme, finalmente-debitamente riconosciuti, ciascun volto ricondotto al suo nome proprio: Gesualdo Marcomeni e Bruno Tallevi. E la battuta profferita in controcampo da Alberto Sordi – lo giuro, non ci avevo mai fatto caso – suona davvero a mo’ di un’antica profezia. Otello: Comunque, ve conosco a tutti, eh? E v’ho fotografato: tràcchete! Èccove là. E anche se non ve serbo rancore, ve dico ’na cosa sola: state attenti a come ve movéte, eh!?

Èccote là Antonello Ricci, fotografato pure te. E anche questa volta t’è andata bene. T’è andata molto bene. Benissimo, direi. Perché è dannatamente vero. E’ proprio sbagliando che si finisce spesso per far meglio.

Antonello Ricci


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