– Abbiamo chiesto al giornalista Francesco Corsi, che in questi giorni si è recato nei luoghi del terremoto, una cronaca di quanto ha potuto vedere.
Amatrice – I turisti prendono trote nel laghetto di pesca sportiva sulla Salaria: l’hanno costruito tra Rieti e Amatrice, vicino Antrodoco, ed è perfino giusto che la vita continui il suo ritmo banale a nemmeno 40 km dall’inferno.
Fotocronaca: Amatrice e frazioni – slide
Riprenderà anche sotto ai monti della Laga, lo dicono i preti nelle omelie, lo dice il senso comune. “Si, ma quando e come?” sembra dire Cesare al giornalista di Abc news che lo intervista a Retrosi, lui che ha 80 anni passati.
“Che risposte voi sapè fijo? D’inverno qui ci vivono tre o quattro famiglie, noi come tanti veniamo l’estate”. Più in là, a una manciata di metri, quella che era la sua casa.
Da Retrosi passa la maggior parte dei mezzi di soccorso. Passa chi va a dare una mano, passa chi ha i parenti, passano i giornalisti che, in questa che è una delle innumerevoli e microscopiche frazioni in cui si divide Amatrice, prendono il primo contatto con la devastazione. Macchine sepolte sotto cumuli di macerie, travi sulla strada, calcinacci ovunque. “Mentre camminate non guardate per terra, guardate in alto, qualcosa potrebbe ancora cadere”,viene spiegato.
Lasciata Retrosi alle spalle dopo 2 km si arriva a quel che resta di Amatrice.
Sui cartelli per le affissioni rimasti in piedi ci sono gli annunci per la festa – oltre 50 sagre proclama il manifesto rosso – che sarebbe culminata nel week end con la 50esima sagra degli spaghetti all’amatriciana, recita il manifesto viola. Il paese, lo abbiamo sentito da più parti, era pieno come non mai durante l’anno, c’è la festa e tutti tornano, vengono le famiglie che hanno lasciato per qualche settimana i figli dai nonni, ci sono i turisti.
“Io sono di Amatrice – dice una donna – e ho dormito nel palazzetto: pochi quelli che conoscevo, tutti di fuori”. Al corso principale non si arriva, lì il paese davvero non c’è più, come ha gridato nella notte il sindaco Sergio Pirozzi: zona rossa, vanno solo i soccorritori.
Ci si accalca nei dintorni di piazza Augusto Sagnotti (c’è morto un poliziotto di Aprilia lì in vacanza: deceduti anche due figli) e si sentono discorsi tra i sopravissuti, tra loro e i soccorritori e con i giornalisti. C’è rassegnazione, “la jella, la jella, la jella…”. Frammenti di dialoghi. “La madre? E’ morta”. “Mio fratello ha salvato la vicina, non ce l’ha fatta però con la moglie e il figlio di 27 anni, mio nipote”. “Dante, casa tua come sta?”. “Like Dante’s inferno”, come l’inferno di Dante dice il reporter di Abc news quando sente il nome del poeta indosso a un povero Cristo che anche lui avrà perso tutto.
No, non ci si abitua alle case distrutte, alle porte che immettono su giardini dove ormai si vedono solo tegole, a lampioni in terra, a foto e documenti che un uomo cerca di recuperare, non ci si abitua alla morte e alla sofferenza dei tanti Giobbe perseguitati dal mostro. Padre nostro sia fatta la tua volontà continuano i preti nell’omelia, come in Cielo ma non per favore come in terra che seguita a tremare, tutta pensano i fedeli.
I cani hanno fiutato, sentono vita. E intanto non si hanno notizie di Gianni il fornaio, di Luca il barista e di suo figlio, della macellaia. “Ho 22 anni e questo è il mio terzo terremoto, è un mio dovere – dice il giovane volontario marchigiano che presta servizio con l’Anpas – ma non è facile buttarsi nell’orrore, siamo uomini e proviamo emozioni”.
Il terremoto è polvere, le macerie saranno poi polvere, il terremoto lascia sangue. Come un rosario sgranato, a piazza Sagnotti fanno l’elenco dei morti: Ilaria, la cugina, Andrea, Stefania, dacci oggi il nostro pane quotidiano ma il mostro no, per favore no. L’uomo delle foto e dei documenti trova un pupazzo tra i calcinacci. Lo stringe a sé e piange.
Ad Amatrice ci sono (c’erano) circa 2500 residenti, è un comune sparso, le frazioni sono decine, qualcuna d’inverno è pressoché disabitata. Il sisma quindi ha colpito non un centro, ma più agglomerati.
La sera del terremoto a Saletta ci dormivano in 44, 22 sono morti. C’era un piazzetta, ci si arrivava attraverso una stradina ora sepolta sotto metri di rovine: si giunge in cima e oltre una stele che ricorda chissà chi si vede quello che rimane.
Nulla, non rimane nulla della piazzetta. Più in là i cani bevono dal fontanile prima di tornare al lavoro: possono andare avanti fino a 20 ore di fila, dopo si devono riposare, non è escluso che anche loro provino pietà per i morti e per i vivi.
D’improvviso il mostro torna: scossa 4.3, non delle più forti, dura pochi secondi, come un fulmine ti passa sotto alle gambe e ti lascia impietrito. Sopra Saletta c’è Casale: ci dormivano in 16, 13 morti. Poi c’è Cossito, poi Sommati, poi poi poi… poi morti e macerie ovunque. Qui il rischio c’è, inutile negarlo: Amatrice verrà ricostruita, sicuro, ma tutte questa frazioni di case sparse? Torneranno?
“E ora?” è la domanda ricorrente. Ora ci si stringe tutti insieme e ci si fa forza, si inizia la conta dei vivi per ricominciare e proprio come invocò Giobbe – lo ha ricordato monsignor Giovanni D’Ercole – “anche in mezzo al lutto io so che il mio Redentore è vivo”.
Pure chi non crede e col Redentore se la vorrebbe prendere (lo fa anche chi crede) sa che lo stare insieme e la comunità sono forse l’unico modo di sopravvivere a se stessi. Magari qualcuno tra qualche tempo andrà a pescare trote sulla Salaria per sopportare meglio il dolore.
Francesco Corsi








