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“A Michelini manca una visione generale della città”

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Sandro Mancinelli

Sandro Mancinelli

Sandro Mancinelli

Sandro Mancinelli

Sandro Mancinelli e Paolo Leandri alla Leopolda

Sandro Mancinelli e Paolo Leandri alla Leopolda

Viterbo – “Gli italiani devono decidere se cambiare, anche solo un po’, oppure no”. Il referendum costituzionale segnerà il futuro del governo Renzi e da Viterbo, Sandro Mancinelli (Pd), renziano della prima ora insieme a Francesco Serra, attuale consigliere comunale, esce allo scoperto. Non solo sulla politica a livello nazionale, ma pure sui tre anni d’amministrazione Michelini a palazzo dei Priori. “Manca una visione generale della città”.

Però qualcosa è cambiato. Con l’ultimo rimpasto è entrato in giunta Maurizio Tofani. Servirà a dare una smossa?
“La scelta al momento del voto era tra cambiare e non cambiare, scegliendo noi o chi aveva governato per decenni la città. Tofani in giunta rappresenta il non cambiamento. Ha fatto parte appieno di un processo politico, scelte del passato, che hanno avuto anche conseguenze che oggi stiamo pagando. E noi lo premiamo. Non esiste. Non ho nulla di personale contro Tofani, ma lui rappresenta una fase che noi siamo stati chiamati a superare”.

In cosa l’amministrazione di centrosinistra sta mancando?
“Non c’è una visione generale della città. A Michelini manca. Basti pensare all’ultima polemica, quella sui cinghiali. Ci vuole così tanto per fare fronte a un problema del genere? O il dibattito sull’Arcionello. Completamente perso. Nella battaglia dell’epoca non c’era solo una visione poetica di Antonello Ricci. C’era un’idea di riequilibrio urbanistico della città, con il verde conservato che s’incuneava nella parte abitata, una fruibilità diversa. Il centro storico, poi, con il recupero di alcune parti, il riuso. Oggi l’edilizia si regge proprio grazie al segmento del recupero e del riuso. Invece a Viterbo non si fa né il nuovo e nemmeno il vecchio. Questi cinque anni dovevano servire a dare un segno. Partendo almeno dal minimo sindacale”.

Michelini è sotto il minimo sindacale?
“Giulio Marini è caduto sotto la percezione d’inefficienza della sua amministrazione. Il lavoro dei media lo ha fatto notare. Degrado, rifiuti, erba alta, poca cura del verde. Se sto in un condominio e pago, pretendo che ci sia cura del verde, pulizia, luce. Allo stesso modo, il cittadino paga le tasse e pretende certi servizi. Non siamo parlando di grandi obiettivi. Quei cartelli con il limite a 30 chilometri l’ora perché le strade sono dissestate, sono ridicoli. Per coprire le buche non servono grossi progetti. Non occorre molto per pulire in modo adeguato la città. Ci si dice che l’appalto per la nettezza urbana è sbagliato. Ma questo è il terzo assessore che cambiano. Tra l’altro, l’ultimo, Tofani, è quello che ha partecipato alla stesura dell’appalto con la precedente amministrazione. E il problema resta. In tre anni le strade sono più sporche, non più pulite. Non siamo riusciti a risolvere. A ben guardare, oltre a realizzazioni ancora inerti di progetti ereditati, cosa possiamo rivendicare di nuovo?”.

Tofani assessore proprio non le va giù?
“Ripeto, nulla di personale. Ma se noi stabiliamo che chi ci ha preceduto ha avuto il “merito” di rovinare la città, poi un esponente di quella classe politica lo chiamiamo in giunta? Al di là della discontinuità. Io non ci sto. Ognuno faccia quello che creda, ma la mia visione della politica non è questa”.

Visione politica e nel concreto, ad esempio sul termalismo?
“Era un obiettivo, non ci sono solo le ex Terme Inps, ma più stabilimenti, progetti di privati. Possono coprire diversi segmenti per un settore che tiene nonostante la crisi. Io però non ci ho capito più niente. Il comune non si deve occupare di termalismo, deve dare indirizzi per incrementare le attività, favorire lo sviluppo con strumenti di programmazione. Io non vedo niente. Anche per la cultura. C’è solo Caffeina. Ben venga. Però il festival c’era prima di noi e rimarrà, spero sempre più qualificato. Ma siamo senza cinema, senza teatro. E ci si continua a dire, faremo. Bene. Vedremo”.

Ampliando lo sguardo, sul fronte governo, invece, Renzi è atteso dalla prova del referendum.
“Gli italiani devono decidere se vogliono cambiare un pochetto o no. Troppo spesso noi dimentichiamo il contesto in cui operiamo. C’è un’alternativa a questa riforma? No. Si può pensare a un’altra? No. Non ci sono nemmeno i tempi. Dopo 70 anni occorre cambiare qualcosa della nostra architettura costituzionale. Abbiamo la doppia, tripla lettura in Parlamento. Il bicameralismo perfetto, così concepito, ce l’abbiamo solo noi. È stata trovata un’alternativa, elaborata una proposta che andrà al voto. Altri prima non ci sono riusciti. Si poteva fare meglio? Ma non è stato fatto. È stato trovato il massimo del consenso sul meglio che era possibile”.

C’è anche la nuova legge elettorale. Come vede le richieste di modifica all’Italicum?
“Noi facciamo troppo presto a dimenticare le cose. Ci siamo scordati che le ultime elezioni hanno consegnato il caos. Non c’era un governo, non c’era una maggioranza e non c’era nemmeno un Presidente della Repubblica. Abbiamo dovuto chiedere a Napolitano di rimanere, alla veneranda età di 90 anni. Il governo che è nato è stato il frutto della necessità, con l’impegno a procedere con le riforme. Negli anni le leggi hanno sempre aggiunto, complicando il sistema. Basti pensare al conflitto di competenze anche con le regioni. La riforma semplifica senza togliere nulla alla democrazia, mentre con la legge elettorale si sancisce che un partito quando vince sta al governo cinque anni”.

Ultimamente Renzi appare un po’ in affanno…
“Il premier si è presentato interpretando sentimenti di cambiamento e così deve proseguire. Quando fa questo, va incontro al Paese. Si è assunto la responsabilità di far uscire il Paese dalle secche. In rottura con prassi e consociativismo. Che esistono a Roma come a Viterbo. Noi abbiamo avuto le società partecipate, hanno generato debiti che ancora paghiamo. Avevamo promesso che avremmo cambiato. Invece a me pare che via via, buona parte, quasi la metà della stessa maggioranza, con abbandoni e critiche lapidarie, si sia espressa con giudizi di totale inconsistenza e comunque d’assoluta distanza dai programmi e dalle attese”.

Giuseppe Ferlicca


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