Terni – Sgozzato con una bottiglia rotta, solo per essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
David Raggi, 27enne ternano, morì dopo essere stato colpito per strada da un ragazzo di un paio d’anni più grande di lui, Amine Aassoul, ubriaco, clandestino, arrabbiato perché cacciato da un locale. David fu scelto a caso. Ma non è l’unica assurdità sulla sua tragica fine.
L’altra riguarda la vicenda giudiziaria innescata dal suo barbaro assassinio, la sera del 12 marzo 2015 a Terni. A quasi un anno e mezzo dal dramma, si scopre che David, vittima di reato violento intenzionale, non può essere tutelato dal fondo per le vittime di reati violenti intenzionali. Significa, in pratica, che la sua famiglia non ha diritto a un euro delle risorse provenienti da quel fondo perché, per la normativa attuale, David “guadagnava troppo”. 13mila 500 euro l’anno. Che poi sarebbe meno di 1200 euro al mese. Comunque al di sopra del tetto massimo previsto dalla normativa (11mila 500 euro annui) per accedere al fondo.
Un obrobrio giuridico, che l’avvocato dei familiari Massimo Proietti è pronto a portare davanti alla Consulta. “Solleverò una questione di legittimità costituzionale – dichiara -. Mi sto occupando di casi del tutto simili alla morte di David. Come l’omicidio di Carlo Macro, un giovane ucciso a Roma, dopo un concerto da uno sconosciuto incontrato occasionalmente, che lo colpì al cuore con un cacciavite. In quel caso si pone lo stesso problema: il fondo non tutela i parenti della vittima per questioni di reddito. Ma al di là del reddito, per com’è stato concepito, è un fondo che offre più occasioni di mancata tutela che di tutela effettiva. Non è stato creato ad hoc, ma si salda a quello già esistente per le vittime dell’usura e della criminalità organizzata. La richiesta di rimborsi, quindi, è alta per una disponibilità di risorse minima”.
Per la famiglia di David quel fondo non è l’ultima spiaggia. La notizia lanciata nelle scorse settimane dai giornali, sul mancato risarcimento ai familiari, in realtà, è inesatta perché incompleta. I familiari non accederanno a quel fondo (salvo interventi della Corte Costituzionale), ma possono ancora sperare nella sentenza del tribunale civile di Roma.
Attualmente, per la morte di David, c’è in piedi una causa civile contro i ministeri dell’Interno e della Giustizia, più un’azione civile contro la presidenza del consiglio dei ministri, per non aver recepito subito la direttiva europea sulla creazione del fondo per le vittime di reati violenti. “In via principale chiediamo la condanna dei ministeri e, quindi, l’intero risarcimento del danno che per noi si quantifica in 2 milioni di euro – continua l’avvocato Proietti -. Solo in via secondaria abbiamo chiesto anche un indennizzo che dovrebbe provenire da quel fondo. La realtà è che i soldi del fondo, per com’è concepito al momento, possiamo scordarceli, ma sulla responsabilità dello Stato, e quindi sul risarcimento del danno, il giudice dovrà decidere. Non è vero, perciò, che la famiglia di David non ha diritto ad alcun risarcimento”.
Intanto, va avanti anche il processo penale al trentenne marocchino Amine Aassoul. In primo grado è stato condannato a trent’anni col rito abbreviato. A ottobre affronterà il processo d’appello, mentre a novembre nuova udienza al tribunale civile di Roma per la causa contro i ministeri e la presidenza del consiglio.
Stefania Moretti

