Amatrice – “Ho visto la morte in faccia…”.
Quei 20 secondi in cui la mattina di mercoledì, alle 3.36 la terra ha tremato devastando interi centri fra Lazio e Marche, Giuseppe D’Angelo li ha impressi nella mente.
Di Viterbo, consulente del lavoro e per un breve periodo assessore provinciale, era a Villa San Cipriano, piccolo borgo a ottocento metri da Amatrice.
“Come tutti gli anni – racconta D’Angelo – ero lì in vacanza. Ho una casa che era dei nonni, in cui sono cresciuto”.
In quella casa, lo ha sorpreso la scossa di terremoto. La prima, forte. Spaventosa. “Ho avuto la netta sensazione di morire”.
Non era solo all’interno dell’abitazione. “Mi trovato con mia sorella”. Ma il pensiero è andato subito a un’altra persona. Che in quel momento non era lì. “Mia figlia ha 21 anni, era fuori – ricorda D’Angelo – c’erano feste nei paesi intorno, una notte bianca”.
In pochi istanti, il terrore. “In quei venti secondi ho visto la morte in faccia. La casa si è lesionata in vari punti, ero circondato di macerie.
Con mia sorella siamo riusciti ad andare fuori. Nonostante la porta fosse incastrata”.
In salvo, l’angoscia aumenta. Per la figlia. “Non è stato semplice – continua D’Angelo – non sapevo cosa le fosse accaduto. Mettersi in contatto con lei non era facile”.
Dopo qualche tentativo: “Alla fine sono riuscito a chiamarla al telefono. Per fortuna in quel momento era in un paese vicino, all’aperto insieme a un gruppo d’amici. Ma era bloccata, non sono riuscito a raggiungerla”.
La festa con i suoi amici l’ha tenuta lontano dal pericolo. Ma prima di poter rivedere sua figlia, D’Angelo ha dovuto aspettare. Quattordici interminabili ore.
“Fino alle 17, quando ho potuto arrivare da lei. L’ho rintracciata e siamo tornati a Viterbo”.
La casa ad Amatrice è inagibile. “Ha una crepa enorme dalla base fino in alto. Per fortuna, non so come, hanno retto i solai. È pericolante.
Mio cugino è il titolare del ristorante da Giovannino, molto conosciuto ad Amatrice. Anche lì i subiti danni sono molti.
Hanno costruito un b&b che poggia sulla mia abitazione. Forse questo mi ha salvato, appoggiandosi, ha sorretto la mia casa”.
Il ritorno a Viterbo è stato complicato. “Siamo passati da L’Aquila – ricorda D’Angelo – la Salaria era intasata da mezzi di soccorso.
Ho ricevuto tante chiamate da colleghi consulenti del lavoro, in quei momenti non ho potuto rispondere.
È stato tremendo. Ho visto la morte in faccia in quei venti secondi della prima scossa di terremoto un tempo che mi è parso infinito”.
Giuseppe Ferlicca


