Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Cari concittadini, con lo smontaggio di Gloria le festività di Santa Rosa sono ormai alle spalle, il trionfale trasporto straordinario è archiviato ma è proprio in questo momento che monta in me, con ancora più forza, la riflessione sul museo delle Macchine di Santa Rosa.
Non nego di aver avuto, nel tempo, idee contrastanti sul tema ma, credo, la cosa dipenda proprio dalla delicatezza e complessità della questione che tocca non solo aspetti di natura civica ma, cosa di assoluto rilievo, la devozione dei fedeli, i loro sentimenti, la viterbesità, la tradizione, insomma tutto quel corredo di aspetti emozionali e profondi, talvolta anche molto intimi, che ognuno di noi ritrova nel trasporto della Macchina.
A pochi giorni dall’ultimo trasporto prevale in me l’aspetto emozionale, quello più intimo, sono molto legato alla tradizione ed è naturale che sia così: sono proprio queste sensazioni che mi fanno propendere per un secco no al museo delle Macchine di Santa Rosa pensato come un hangar ove contenerle tutte.
Perché la Macchina non è l’oggetto in sé, la grande struttura, il baldacchino trionfale, la torre luminosa o come dir si voglia, la Macchina di Santa Rosa è una cosa viva e lo è soltanto la sera del 3 settembre, a Viterbo, illuminata e trasportata per le vie cittadine, con il suo “motore umano”, i Facchini, come felicemente li definì l’immenso Nello Celestini, con il loro corale sacrificio omaggio alla nostra piccola patrona, con il pubblico viterbese (e non) caloroso, estasiato ed acclamante.
Lo è con la Filarmonica di Vejano e le note di “Quella sera del tre”. Lo è con l’odore della pozzolana posata la mattina del 3 per eliminare le irregolarità del percorso, con le strisce bianche verniciate la sera precedente nei punti nevralgici per facilitare il passaggio della mole, lo è con i ragazzi della Fontana Grande, con l’incitamento di piazza delle Erbe, con le Tribune che fanno da cornice a Piazza del Plebiscito, al Teatro. La Macchina è viva con la folla dei fedeli che segue i Facchini nel giro delle sette chiese, con il canto del Mira il tuo popolo bella Signora alla Chiesa della Santissima Trinità.
È viva con il montaggio del cantiere a San Sisto, i primi giorni d’Agosto, che annuncia l’arrivo della festa, è viva con il passaggio dei pezzi della Macchina verso il cantiere. Potrei andare avanti all’infinito e sono certo di aver dimenticato molte cose, quelle custodite nello spazio più intimo di ognuno di noi. La Macchina di Santa Rosa è se stessa solo e soltanto nella sua Tradizione.
Cosa sarebbe questa costruzione alta 28 metri e dal peso di 50 quintali se non avesse intorno tutto questo? Sarebbe davvero la Macchina di Santa Rosa? Ve la immaginate spenta, totalmente decontestualizzata, immobile in un grande hangar. Molti amici viterbesi che hanno avuto la possibilità di ammirare Fiore del Cielo all’Expo di Milano non mi hanno portato commenti lusinghieri, anzi. Ne hanno avvertito il distacco, la freddezza, riportandomi la sensazione di un qualcosa privo di senso. Insomma, non era la stessa cosa. Non era la festa che unisce tutti i Viterbesi d’un solo sentimento. E allora, che museo sarebbe? Cosa conterrebbe questo museo, strutture allegoriche prive del loro significato?
E allora, credo, qualcosa dovrà pur essere realizzato, ma l’idea di un Museo della Macchine di Santa Rosa dovrà forse tenere conto anche di questo. Come? Non semplice, sono molti gli aspetti da mettere a sistema. Va forse privilegiato l’aspetto artistico, o meglio, quello legato alla non dispersione del patrimonio materiale costituito dalle Macchine che si susseguono negli anni? Se così fosse, potrebbero essere inseriti, in un percorso multimediale, vari pezzi delle Macchine di Santa Rosa, immaginando la realizzazione di un percorso sensoriale che riporti il visitatore a rivivere, nella maniera più realistica possibile, le sensazioni che solo la sera del 3 può regalare, senza la pretesa di replicarle.
Di certo non sono il primo ad aver avuto questo pensiero e lungi da me credere di avere torto o ragione: la mia resta una riflessione, un contributo di pensiero in un tema così delicato per la città di Viterbo, specialmente ora che bisogna fare i passi giusti per valorizzare il riconoscimento Unesco.
Alessio Perlorca
