Viterbo – In attesa delle tre repliche dell’evento A casa di Alfio (con lo spettacolo di e con Pietro Benedetti “Allora ero giovane pure io”) fissate per il 21, 23 e 25 settembre alle 21 al polo culturale Valle Faul con ingresso libero.
Un’iniziativa a cura di Banda del racconto e Davide Ghaleb editore organizzata con il patrocinio della fondazione Carivit e in collaborazione con il comune di Viterbo, Antonello Ricci propone ai lettori di Tusciaweb un suo cameo-omaggio per Alfio Pannega e sua madre Giovanna, nonché per Alessandro Blasetti, il celebre regista con gli stivali, che fu a Viterbo, tra 1934 e 1942, per girarvi film memorabili come Vecchia guardia (in cui proprio la Pannega recitò una piccola parte), La corona di ferro, La cena delle beffe. Buona lettura.
Quella volta che Alfio brindò con Amedeo Nazzari
“Era una scena girata a piazza delle Erbe, dove c’erano i compagni che facevano a botte coi fascisti. C’era mi’ madre che strillava… l’ha girati parecchi de film la mi’ mà… e anche io l’ho girati… La cena delle beffe, co’ Amedeo Nazzari. Quanno stavano a cena, Nazzari e io… dice: – E chi non beve con me, peste lo colga!”
Ci sono almeno due errori in questo breve (intenso) ricordo rievocato dall’indimenticato Alfio Pannega nel corso dell’intervista per il libro che avrebbe consegnato alla memoria della comunità locale le sue poesie, i suoi ritratti fotografici e soprattutto la sua (poetica e) travagliata vita (Allora ero giovane pure io, Davide Ghaleb Editore): era l’estate 2009. Pochi mesi dopo, nella primavera 2010, all’età di 84 anni, Alfio moriva, in perfetta architettura di sentimenti e di astri – cioè alla stessa identica età dell’amatissima madre Giovanna (morta nel ’74). Giovanna Pannega: leggendaria figura della Viterbo popolare a cavallo delle due guerre, a tutti nota come La Caterina o Caterinaccia tout court.
Nel primo passaggio della sua rievocazione Alfio fa riferimento al film Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti (noto anche come Regista con gli Stivali): pellicola quasi interamente girata a Viterbo, con alcune puntate di set a Tuscania e Nepi. Film splendido per quanto “fascistissimo”. Proprio tale caratteristica proietta un’inedita luce sui due svarioni di memoria commessi da Alfio: in realtà la scena della zuffa tra fascisti e sovversivi fu girata a piazza del Gesù non in quella delle Erbe; inoltre Caterina, popolana dal viso scolpito nel peperino, compare in effetti a un certo punto per un brevissimo piano americano e strilla, ma in un altro episodio del film e certo non contro i fascisti. Più che di errori, vorrei però azzardare, sembra trattarsi di veri e propri lapsus. Che attraverso la “lingua” cinematografica ci parlano – se solo indugiamo ad “ascoltarli” – dell’amore incondizionato di Alfio per sua madre; così come dell’orgoglio per la propria ostinata “diversità” in una città un tempo davvero popolare ma fattasi ormai – ahimè – perdutamente piccoloborghese; nonché infine della sua stagione di vita ultima e più felice: quella della scelta militante cioè, quando Alfio – era il luglio del 1993 – adottato dai ragazzi del Centro Sociale Occupato Autogestito di Valle Faul finì per farsene padre carismatico, punto di riferimento politico e di vita.
Per restare alla comparsata di Giovanna Pannega in Vecchia guardia, l’unica certezza – ne scriveva qualche anno fa il localista Bruno Barbini, giovanissimo testimone oculare al tempo dei fatti – è che, una volta corsi al cinema (carichi di attesa e desiderio) per la proiezione di Vecchia guardia, i viterbesi dovettero rendersi conto che a film finito quell’eternità di riflettori puntati su Caterina si era tradotta in un passaggio “striminzito” – di scultorea solennità certo, ma buttato lì quasi di sfuggita – e quindi di poco valore. Il risultato era stato quello di una vera delusione collettiva. Per cui il ricordo “sbagliato” di Alfio appare dettato da una specie di strategia narrativa (per quanto inconscia) tutta improntata al risarcimento morale: gioverà qui ricordare quanto Giovanna fosse stata arcinota, proprio nella Viterbo in camicia nera, per aver sapidamente mandato ’affanculo la moglie del prefetto (voglio dire: letteralmente, senza figure retoriche di mezzo). Nella diatriba per un “semplice” mazzetto di viole. (Aneddoto che tutti i viterbesi di una certa età ricordano col sorriso sulle labbra…)
Ma a dirla tutta: del breve stralcio d’intervista sopra riportato mi sembra ancora più intrigante proprio il secondo passaggio. Laddove Alfio cita un’altra memorabile pellicola blasettiana. Si tratta de La cena delle beffe (1942): egli ci dà quasi a intendere di avervi brindato e – dunque – recitato (nel più memorabile brindisi della storia del cinema italiano) niente poco di meno che in compagnia di Amedeo Nazzari. È una faccenda che mi fa sugo fin dal giorno in cui lo intervistammo: perché Alfio, classe 1925, all’epoca era un adolescente e non poteva aver davvero recitato in quella scena. Tra l’altro, in tutto il film non mi par proprio si affaccino personaggi corrispondenti a un giovane della sua età. La cena, inoltre, è un film girato esclusivamente in interni (di vertiginosa bellezza le scenografie di Virgilio Marchi): quindi a Cinecittà, non certo a Viterbo – anche se poi, a ripassarlo con attenzione debita, una sequenza (breve-brevissima) girata en plein air c’è davvero: quando la servetta, cui è stato affidato un messaggio da recapitare, attraversa in fretta una piccola piazza bruciata dal sole; una stretta lama di luce che solca un mare d’ombra; una ripresa dall’alto. Ebbene, caso vuole che tale esterno risulti girato proprio a Viterbo: si tratta di piazza San Pellegrino ripresa dal tetto della chiesa… ma questa è già tutt’altra storia…). E quindi? E quindi… niente! In assenza di altri indizi ho preferito a lungo tacere, tenendo a freno la mia proverbiale curiosità.
Fino a quando, poco tempo fa – preparavo una serata su Fellini e andavo in cerca, tra l’altro, di aneddoti sul set viterbese de I vitelloni (1953) – ho ritirato fuori la biografia felliniana di Tullio Kezich. Ne ho scorse le pagine con l’indice… finché… una lucetta mi si è accesa in testa! Ma come non pensarci prima? Ma certo! La scena della cena in trattoria! (La trattoria dell’albergo Antico angelo, là dove piazza d’Erbe si stringe per dar luogo a via dell’Orologio vecchio.) Là dove, mentre Leopoldo legge ad alta voce il suo copione per l’annoiato commendator Sergio, vecchia gloria teatrale ridottasi a girare per teatrini di provincia, gli altri si stanno esibendo con goliardica complicità per rimorchiarsi le ballerine del varietà. A un certo punto il vitellone Alberto (Sordi) leva il bicchiere e parte con la sua imitazione dell’Amedeo nazionale: – E chi non beve con me, peste lo colga! Ecco: era questa parodia del brindisi, non l’originale de La cena, che ad Alfio frullava nella testa!
Qualcuno potrebbe obiettare: – Ma il nesso, Antonello, quale dovrebbe essere? Guarda che nei Vitelloni Alfio non c’è mica. Certo, lo so da me. Ma la questione mi sembra decisamente un’altra. Negli stessi giorni, sfogliando il bel libro di Franco Grattarola, La Tuscia nel cinema, mi salta agli occhi un “ritaglio” di cronaca del tempo: alla notizia che una troupe stava girando in città, sotto la guida del giovane regista romagnolo, il cronista locale, da vero buontempone – e memore (evidentemente) della vicenda di vent’anni prima – era andato da Giovanna Pannega a chiederle se non la tentasse l’idea di tornare a recitare. Al che «La Catterina» con lapidario sdegno aveva formulato il proprio popolano no comment: «Mi ci hanno fregato l’altra volta, ma questa volta non mi ci fregano. Mica mi voglio prendere una polmonite!» (Dove il riferimento all’altra volta evoca indubitabilmente Vecchia guardia). Chissà se qualcuno della troupe andò a cercarla per davvero – ne dubito. So però per certo che comparsata le avrebbe offerto Fellini, se lei avesse accettato. E se andate a rivedervi la pellicola lo capirete anche voi, al volo. Così come so, senza dubbio (anche se non saprei “dimostrarlo” per concatenazione esplicita di concetti), che tra questa mai avvenuta scrittura felliniana di Giovanna e quel tenero, dolcissimo lapsus di tanti anni dopo da parte di suo figlio Alfio – lapsus declinato secondo un codice emozionale in pura “lingua” cinematografica: Alberto Sordi per Amedeo Nazzari, la parodia per l’originale, gli anni dell’adolescenza per quelli della maturità – si annida la stessa volontà di risarcimento etico già sopra constatata. Risarcimento narrativo reso possibile, nel ricordo, proprio dalla universale forza dei sentimenti addensata dal cinema, ultimo esempio di arte veramente popolare prima del precipizio nei vortici omologanti della cultura di massa. Ai tempi in cui Alfio Pannega poteva ancora brindare con Amedeo Nazzari.
Antonello Ricci
In collaborazione con il comune di Viterbo e con il patrocinio della fondazione Carivit
la Banda del racconto presenta
A casa di Alfio
Ricordando Alfio Pannega nel giorno del suo compleanno, di Antonello Ricci
A seguire, spettacolo di e con Pietro Benedetti “Allora ero giovane pure io”.
21-23-25 settembre ore 21
Polo culturale Valle Faul – Cavea esterna, via di Faul 22-26, Viterbo (in caso di maltempo l’iniziativa si terrà indoor)
Uno spettacolo sulla travagliata e poetica vita di Alfio Pannega, ispirato al libro “Allora ero giovane pure io”, a cura di Antonello Ricci e Alfonso Prota
Consulenza artistica, Michela Benedetti. Collaborazione, Davide Ghaleb Editore

