Viterbo – “Un atto di fede e viterbesità”.
Quando gli hanno chiesto di portare la fiaccola Lux Rosae non ci ha pensato due volte. Maurizio Federici ha partecipato alla staffetta dei messaggeri partita da Assisi e arrivata a san Sisto la sera del tre settembre.
Per affrontare il tragitto si è allenato con in mano una bottiglia di acqua da un litro e mezzo per simulare la fiaccola. Poi l’ha portata in alto. Per la santa e per Viterbo.
“Ringrazio gli organizzatori – dice Federici – Pino Tenti, Bruno Buzzi, Rodolfo Valentino ed Enrico Alfonsini. L’iniziativa era stata proposta all’Avis che ha subito aderito e io, come rappresentante, ho preso parte alla corsa. Lo scorso anno c’era il presidente Luigi Mechelli.
Stavolta è toccata a me, anche sulla base delle mie numerose donazioni, che sono più di 100, e per il fatto che nel 2000 fondai il gruppo dei donatori del sangue del consiglio comunale di cui sono ancora presidente onorario”.
Una sfida di fronte alla quale non si è tirato indietro. “Ci siamo alzati prestissimo. Alle 5 eravamo al Palamalè e, bordo di tre pulmini, abbiamo raggiunto Assisi, dove, con la divisa dei messaggeri, abbiamo assistito alla benedizione della pianta di ulivo, poi portata e piantata nel giardino delle suore, e all’accensione della fiaccola sulla tomba di san Francesco. Siamo dunque partiti.
Ci siamo alternati ogni 2 km e mezzo sotto un caldo impressionante. Correvamo anche a 38 gradi”.
A ogni falcata, i messaggeri si lasciavano alle spalle paesaggi diversi. Unici. “Del percorso, essendo molto concentrato, non ricordo molto, se non qualche persona che ci applaudiva o che ci guardava come per dirci “ma che sei gojo”, come dirremmo noi in viterbese.
E’ stata bella la corsa che abbiamo fatto tutti insieme dalla Quercia al monastero e ancora più bello il tragitto al contrario della macchina tra un tripudio di folla.
Ero abituato a farlo da politico e, qualche volta, mi è pure capitato di sentire dei fischi. Stavolta invece solo applausi o persone che urlavano “Forza Maurizio”.
Le emozioni non si sono sprecate. “Mi sono entusiasmato all’arrivo a San Sisto, ma anche alla partenza della macchina. Questa esperienza è stata un atto di fede e di viterbesità.
Sono alla soglia dei 65 anni e forse ho preso l’ultimo treno. Vista la mia età, mi ricapiterà magari… tra trenta anni – ironizza Federici -. Chi lo sa.
Con la fiaccola in mano, comunque, mi sentivo leggero. E’ stata una preghiera che abbiamo voluto dedicare alla santa. E, come in passato inventai lo slogan “preghiamo donando, donando preghiamo”, ora potrei parafrasarlo con “corriamo pregando, pregando corriamo”.
Federici non ha dubbi: “E’ la festa di santa Rosa più bella a cui abbia partecipato, pur avendone fatte tante. Voglio poi fare i complimenti alla macchina di Ascenzi che è bellissima. Anche se so che la fatica dei facchini non è indifferente, perché 700 metri in più, con la macchina sulle spalle, sono tanti, vedo positivamente l’allungamento del percorso. Così più persone hanno potuto godere del trasporto”.
Si arricchisce il suo bagaglio di ricordi. “Corro, a livello amatoriale, ma non mi ha spaventato la sfida. E’ stato un onore fare la staffetta. Per diversi giorni mi sono allenato a santa Barbara, un po’ nascosto, per non farmi prendere per “gojo”. In mano avevo una bottiglia di acqua da un litro e mezzo a mo’ di fiaccola per simularne il peso. Ci facevo circa sei chilometri. Solo quella posizione mi dava pensiero. Prima della staffetta ho scritto ai messaggeri dicendo loro: “c’ha fo’… c’ha fo'”… e ce l’ho fatta”.
Infine, un pensiero a quello in cui Federici crede molto e che porta avanti da anni. “So che forse non c’entra – conclude – ma vorrei dire grazie a chi è andato a donare per le vittime del terremoto. L’emergenza sangue non termina mai e chi ha provato la prima volta e ha capito che si può fare, continuasse a farlo, perché fa bene a noi stessi e agli altri”.
Paola Pierdomenico







