Viterbo – (r.s.) – “Non è stato omicidio, faremo appello”. L’avvocato Samuele De Santis pochi minuti dopo la sentenza per Alina Ambrus, condannata per aver buttato in un cassonetto della spazzatura la sua bimba appena nata.
Dieci anni di reclusione, la decisione del gup Savina Poli. Il pm Franco Pacifici aveva chiesto l’ergastolo. Nonostante si trattasse di un rito abbreviato (che prevede lo sconto di un terzo della pena), per il pubblico ministero la donna doveva essere condannata a vita: “E’ omicidio aggravato dalla crudeltà”, dice nella requisitoria.
Di tutt’altro avviso la difesa, rappresentata dall’avvocato De Santis. “Per il giudice – sottolinea il legale – non c’è stata efferatezza. Ha condannato Ambrus a dieci anni, tenendo conto delle attenuanti generiche. Ha condannato Ambrus a dieci anni per omicidio, ma al massimo si può parlare di feticidio. Per questo faremo ricorso in appello”.
Per il difensore, non solo non c’è stata crudeltà e premeditazione ma non si tratta neppure di omicidio. “La donna – dice in aula l’avvocato – voleva abortire senza vedere il feto. Questa era il suo desiderio: non vederlo, e mai si sarebbe aspettata il contrario. Quando l’ha espulso, dopo aver sentiva lo stimolo di andare in bagno, non pensava di aver partorito ma abortito. Il feto, infatti, non ha emesso vagiti”.
E’ il 2 maggio 2013 quando la bimba, prematura di sette mesi, viene al mondo in un appartamento al quartiere San Faustino. L’indagine parte quando la madre arriva al pronto soccorso con un’emorragia, dopo aver gettato il feto nel cassonetto. Gli agenti della mobile lo trovano dentro una busta, in uno dei secchioni di via Agostino Solieri al quartiere Carmine.
Rinviato a giudizio, invece, sempre dal gup Poli, l’infermiere Graziano Rappuoli: con una ricetta falsa avrebbe aiutato la giovane madre a procurasi l’ossitocina per indurre le contrazioni. Per l’uomo, il prossimo 20 gennaio partirà il processo in corte d’assise per omicidio e occultamento di cadavere.
Il pm Pacifici dopo la sentenza: “Non mi interessava nulla della pena, puntavo alla condanna per omicidio”. Ma è proprio su quest’ultimo punto che la difesa della donna ha intenzione di ricorrere in appello.


