Viterbo – “Il codice di Viterbo”.
In attesa di
Egidio 17 – Viterbo 1517-2017, Antonello Ricci e Davide Ghaleb Editore
presentano Le passeggiate di Egidio 17
Passeggiate/racconto alla riscoperta della Viterbo umanistica e rinascimentale
Terzo appuntamento, sabato 15 ottobre “Il codice di Viterbo – Il manoscritto II.D.I.4”. Una passeggiata indoor (e rigorosamente surplace) tra Marsilio Ficino e Dan Brown.
Appuntamento alle 17.30 – nella Sala Conferenze “V. Cardarelli” – Biblioteca provinciale “A. Anselmi”, viale Trento 18/E
Racconta Antonello Ricci
Evento organizzato in collaborazione con la Biblioteca Consorziale di Viterbo*
Si ricorda che il biglietto per la partecipazione consiste nell’acquisto di un volume a scelta dal ricco catalogo di
Davide Ghaleb Editore
* Ai partecipanti verrà fatto omaggio di un numero a scelta di Biblioteca & Società, rivista edita dalla Biblioteca Consorziale di Viterbo
N.B. Con questo evento le passeggiate di Egidio 17 vanno in “letargo”. Torneranno nella primavera 2017 con gli ultimi due appuntamenti della serie: * un omaggio itinerante ai versi e alle lettere di Michelangelo e Vittoria Colonna (tra la piazza cittadina intitolata a quest’ultima e la ex chiesa di Santa Caterina); * il racconto in situ su Egidio da Viterbo e il contratto relativo alla realizzazione dello splendido chiostro nel Santuario viterbese della Santissima Trinità. Vi aspettiamo in tanti!
Visione del manoscritto II.D.I.4, di Antonello Ricci
Solo i riflessi di una febbrile, opalescente attività (ma non si dice che il puro e semplice tentativo di una stenografia onirica sia qualcosa di già irrimediabilmente altro dal sogno?). Ho cliccato.
Ecco che scherma: Ioanni Mercurio de Corigio Lodovicus Enoch Lazarellus Septempedanus quondam poeta nunc autem per novam regenerationem verae sapientiae filius salutem. Divinorum librorum Hermetis trismegisti: veloci paginette, scorrenti fitte nei loro caratteri umanistici, assai chiare nel tipo formale calligrafizzato, modestamente decorate da iniziali e titoli con rossi e azzurri e ori…
Il codice II.D.I.4 della biblioteca comunale di Viterbo: scovato e studiato nel corso degli anni Trenta del XX secolo dal Kristeller, datato 1482, esso è opera dell’umanista minore marchigiano Lodovico Lazzarelli (1450-1500), personaggio di eclettica cultura, tipico intellettuale di provincia – eccentrico, antiaccademico, di toni aspri e risentiti.
Sebbene mai riconosciuto negli ambienti culturali maggiori del suo tempo, Lazzarelli fu autore di un certo interesse. Scriveva, disegnava, colorava i propri codici in un singolare, notevole opificio editoriale di sé stesso.
Instancabile propagandista del verbo ermetico, oltreché figuro in odore di magia, dedicò il manoscritto viterbese a Giovanni da Correggio (forse 1451-dopo 1506). Quest’ultimo, santone errante elemosinante, filosofo spontaneo un po’ ciarlatano a fiuto un po’ autodidatta, dotato di facondia ed ardente pronuncia – e perciò di un certo carisma sulle folle – fu dal suo canto soggetto evidentemente afflitto da una qualche grandiosa e poetica idea di sé.
Lodovico Enoch e Giovanni Mercurio, questi i nomi di battaglia, le rispettive ingiurie iniziatiche, si erano conosciuti a Roma, durante una delle sconcertanti discese del profeta padano – veri e propri happening teatrali – per chiese e vie capitoline. Era il 1481. Nonostante la sua cultura, Lodovico si era presto ridotto a seguace di Giovanni: sentendosi da lui rigenerato a “vera” vita nel più classico dei rapporti maestro-discepolo.
In generale la vicenda è solo uno dei frequenti episodi tardo-quattrocenteschi legati all’universo eterodosso: quando si pescava nello specchio di un’Idea spesso ridotta a stagno; e si vibrava, sì – contro ogni tentazione di accomodante fuga nel contemplativo – la corda civica della filosofia: cavandone fuori, però, suoni intorbidati, toni messianici e populisti; e finendo per rovesciare ogni sbandierata centralità antropologica nel suo contrario esatto.
Andrà detto: la semplice presenza a Viterbo del manoscritto II.D.I.4 parrebbe già di per sé una cabbala. Il delizioso libretto infatti, un’insolita dedica formato-bisaccia, provenne alla biblioteca cittadina – ne fa fede il timbro governativo – dalle confische di beni ecclesiastici all’indomani del 20 settembre 1870.
Quasi certamente dagli scaffali del convento di S. Maria in Gradi. Come, quando e perché però questo pergamenaceo – non prodotto in ambiente viterbese, né da un viterbese né per un viterbese – fosse finito nel bosco librario dei domenicani di Viterbo: resta enigma tutto da sciogliere (e probabilmente destinato a restar tale).
Il codice, tra l’altro, è testo piuttosto noto in ambito specialistico, anche perché presenta il primo accorpamento in unico volume latino delle principali fonti dell’ermetismo teologico (degni di nota i quindici trattatelli del corpus trismegistico: si ricorderà che, vent’anni prima, Ficino, in possesso di un testo greco incompleto, ne aveva tradotti quattordici soltanto).
Eppure di esso sappiamo con certezza quasi solo che Annio non poté mai sfogliarlo: il libello restò infatti nelle mani del suo dedicatario finché questi fu vivo; più di vent’anni durante i quali Giovanni Mercurio ne dovette attendere una – poi mai venuta – edizione a stampa: sue senza dubbio certe manicole a bordo pagina, mentre quegli et usati a segno d’inserzione apparterrebbero alla mano di un tipografo francese.
Dubitiamo, in ogni caso, che il falsario viterbese, lo storiografo antigreco per eccellenza, l’affabulatore di una filologia frodolenta e di una Etruria tutta sub specie ebraica, avrebbe trovato di che appassionarsi davanti a certe “menzogne” neoplatonizzanti.
D’altro canto, proprio la ribollita che affiora dai rapporti tra Lodovico Lazzarelli e Giovanni Mercurio da Correggio (quel torbido cenacolo esoterico, quel bulicame di occultismi, di rinascite a vita “vera” ed elogi della pederastia) sembra riconsegnarci pure – insieme col tetro che aleggia intorno alla mistura ideologica del libello – una più esatta misura della cosiddetta viterbesità.
