Viterbo – Anno del cinema. Dopo i passaggi per Sutri e Capranica, Antonello Ricci, sempre sulle tracce di Federico Fellini lungo la strada Cassia (“la più bella del mondo” secondo il cineasta romagnolo), fa tappa a Viterbo.
A metà strada esatta tra il 1953 dei Vitelloni e il 1973 di Amarcord, c’è il leggendario 8 ½. E una magica sorpresa, in esclusiva, per i lettori viterbesi.
La Saranghina a Viterbo
Il Ragioneria “Paolo Savi”, i Cappuccini e la Cassia nel capolavoro 8 ½
Di Antonello Ricci
– Guido! Guido! Andiamo dalla Saraghina!
– Adesso vengo!
“Lo sai, Antonello – mi fa Francesco da dietro il bancone – che il colpo di fulmine tra Fellini e Viterbo città del mare non finisce coi Vitelloni? Credimi. C’è pure 8 1/2 (1963). Vatti a rivedere il flashback di Guido, il regista in crisi d’ispirazione, quando ripensa alla Saraghina. Lo trovi anche su Youtube. C’è la via che da dietro l’istituto Paolo Savi porta fin sulla Cassia, in fondo si vedono bene le mura medievali, c’è pure la segnaletica stradale: a quel tempo su via Antonio del Massaro si circolava in direzione opposta.”
Guido, come tutti sanno, è Marcello Mastroianni, protagonista di 8 1/2. Francesco invece è il mio farmacista di fiducia. Ma col pallino del cinema. E del paesaggio (viterbese, senese, maremmano). Per cui ogni tanto, tra pasticche per la pressione e supposte per il mal di testa, mi rifila qualche chicca.
L’ultima volta era stato per le curve dell’Aurelia, verso Castiglioncello, a strapiombo sul mare: dove, nel drammatico-amaro finale del Sorpasso (1962, per la regia di Dino Risi), precipita schiantandosi la macchina con a bordo Jean-Louis Trintignant. Stavolta tocca invece al grande romagnolo – innamoratissimo, come ogni buon viterbese ricorda, del nostro paesaggio. Almeno negli anni della fioritura della propria vocazione alla regia.
Ovviamente torno a casa, carico il film e scorro. Eccola!
Francesco aveva ragione: il cortile sul retro del Ragioneria – quando ancora non c’era la palestra – è un polveroso campetto del doposcuola in un convitto di preti. Guido – ragazzino delle elementari – sta giocando una svogliata partitella fra tonache e grembiuli. Dall’alto del muro di cinta i suoi amici lo chiamano: lui risponde e corrono via in drappello, infilano il cancello secondario, svoltano per l’angolo tra via Lorenzo da Viterbo e via Antonio del Massaro. Corrono. Corrono verso il fondo, verso le mura medievali di una città di terra… ma sbucano lungo una spiaggia ventosa e assolata (virtù poetica del bianco-e-nero!) sulla cui sabbia, vomitata da un bunker antisbarco dell’ultima guerra, invocata dai ragazzini per il corrispettivo di una modesta paghetta (che lei subito precipita nello spacco del seno) appare la Saraghina: ninfa taglia-forte dai fianchi straripanti che balla per loro una vertiginosa rumba. Saraghina: ovvero archetipo dell’eros deflagrante, dea che ognuno di noi ha sognato desiderato temuto – così sospesa tra il poetico tramonto delle latenza infantili e l’inatteso conflagrare del turgore nelle nostre vite ardenti e piccoline. – Figliolo, ma non lo sapevi che la Saraghina è il diavolo? – così il prete redarguisce Guido in confessionale.
Eh sì, Francesco aveva proprio ragione.
Veramente, conoscevo già l’arco ideale che lega la ventosa piazza d’Erbe dei Vitelloni (1953) girati a Viterbo (quando il vento, marino e notturno, si porta via anche le parole di Leopoldo per assurgere a universale metafora del rassicurante ma claustrofobico e luttuoso immobilismo della vita in provincia) al pulpito esterno della romanica chiesa viterbese di Santa Maria Nuova (pulpito “snidato” qualche tempo fa da Carlo Galeotti, direttore di questa testata e ideatore dell’Anno del cinema) fatto appositamente ricostruire da Fellini nel leggendario Studio 5 di Cinecittà per la Rimini della memoria e della Mille Miglia in Amarcord (1973).
Un legame che molto ci racconta della maturazione dell’idea stessa di cinema consumata da Federico Fellini nel corso della carriera. Del suo progressivo, irresistibile addentrarsi nei labirinti di una “lingua” cinematografica sempre più onirica e fantasmatica.
Nel cui ambito, almeno da un certo punto in poi – varcato un ultimo misterioso giro di boa – il paesaggio “reale” non ce la farà più a sostenere le intermittenze del cuore, gli struggenti ritorni dell’amarcord: così che al romagnolo non resterà – unica possibilità – che ricostruire tutto, esclusivamente e di sana pianta, nei teatri di posa.
Quanta strada – vien da pensare – dall’idea cullata al tempo dei suoi vagabondaggi su e giù per la Cassia (la strada più bella del mondo, ipse dixit) che cinema fosse tutto ciò che egli vedeva scorrere al di là dei vetri dell’automobile alla stupefacente Venezia del Casanova di F.F. (1976) – con Rialto e Canal Grande rifatti in studio e le onde della laguna platealmente mimate con teli di nylon.
Viterbo città del mare – voglio dire – vera e propria cifra di una maturazione estetica che avrebbe condotto dritta-dritta alle malinconie sornione di Intervista (1987): dove tale materia saprà sublimarsi nella favola senza tempo di un compiuto cinema nel cinema.
Tutto questo sapevo già. Mentre non conoscevo affatto – così curiosamente collocata sulla metà esatta di questa ventennale parabola – la scarrierata “viterbese” di Guido-Mastroianni e dei suoi amici. In un paesaggio urbano ancora tutto “reale” ma già irresistibilmente innervato da un’artificialità e da pose tutte teatrali (dal retrogusto metafisico).
Questa scarrierata, dunque.
Ben diversamente dalla camminata notturna coi baveri rialzati di Leopoldo e del commendator Sergio (con lo sconsolato bilancio di una vita, in fondo, appena cominciata e già finita, sprecata-affogata nel tedio della provincia) questa scarrierata – così bagnata nella magia di una luce meridiana che intonaca le cose (le incanta e, quindi, le salva nel ricordo)– questa scarrierata è ancora una promessa di felicità: perché una volta giunti laggiù, in fondo a via del Massaro e svoltati sulla Cassia all’altezza di porta Romana, Guido e i suoi amici troveranno il mare.
E sulla spiaggia, la Saraghina. Il mare come infanzia. La quale infanzia, turbata e smossa dalle promesse desiderio, tra sensi di colpa e tentazioni, corre al proprio compimento, alla sua foce, al destino della storia di ognuno. È l’avventura stessa della vita. L’istante più bello. Quella scarrierata al mare. A Viterbo. Il grande cinema di Federico Fellini.
Francesco, avevi proprio ragione.
Antonello Ricci
2016 Anno del cinema
Viterbo città del mare – Tuscia terra di Orson Welles, Pasolini, Fellini
Una iniziativa Tusciaweb
In collaborazione con
Università degli Studi della Tuscia
e Tuscia Film Fest
Con il patrocinio del Comune di Viterbo
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