Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ironico, affabulatore, serioso, istrione, scaltro, simpatico, Antonello Ricci alla testa della collaudata “Banda del racconto” ha guidato sabato scorso per più di due ore di fronte ad un folto pubblico di sodali, curiosi e turisti, una delle passeggiate più inverosimili del suo ricco repertorio, tra gli “alberi pizzuti” del cimitero monumentale di Viterbo, sotto un cielo plumbeo, come morte comanda, cui all’imbrunire hanno offerto fiochi tremolii le fiammelle di una processione di lumini a presidio di tombe ed edicole sepolcrali di varie epoche e di vari stili plasmati, attraverso gli anni, dalle abili mani di scultori, scalpellini marmorari tutti accomunati da una sorprendente vena artistica (fotocronaca – slide).
Se al Touring Club – sostenuto dal vice sindaco Luisa Ciambella presente per un gradito saluto di benvenuto – dobbiamo l’estrosa idea “cimiteriale”, alla “Banda” va il merito di una sceneggiatura pensata e studiata in ogni dettaglio, nutrita dalla consueta “verve” teatrale di Pietro Benedetti (esilarante l’imitazione di Alfio, di mastro Umberto e di un podestà degli anni Venti) e di Roberto Pecci alle prese con “improbabili” strumenti da cui uscivano vaghi pensieri sonori di celebri motivi di repertorio francese e americano, graditi a vivi e morti.
Ecco allora una serrata sequenza di soste davanti a quel gioiello di architettura, pittura, scultura e decorazione della cappella liberty (purtroppo mal ridotta) di Calabresi-Vanni, o alla scultura bronzea e pensosa dell’angelo a guardia perenne del sepolcro della famiglia De Parri, o alla più modesta tomba di tale Nazzareno Rovidotti che ebbe l’onore di accompagnare Mussolini a Viterbo nella sua venuta lampo nel 1924. In quella occasione il duce, in tenuta turistica-sportiva, ebbe modo di apprezzare le gustose carote viterbesi. Enrico Canevari, sepolto ad un dipresso, ne avrebbe fatto una poesia in dialetto viterbese che Benedetti ha recitato tra silenzi inauditi e divertiti. Da brivido (se pensiamo ai giovani ragazzi morti per l’Italia) la scena delle tanti croci bianche – tra cui quella della medaglia d’oro Emilio Bianchi – riunite intorno al monumento ai Caduti già in piazza Verdi. La mia leggera intromissione al cospetto dell’edicola di Fausto Ricci, è servita a ricordare curriculum e aneddoti del grande baritono viterbese scomparso nel 1964.
Ed eccoci seduti nei banchi della chiesa di San Lazzaro (il nome evoca la chiesetta che sorgeva in quella zona al tempo di epidemie e pestilenze) ad ascoltare Antonello di fronte agli affreschi spettrali di Pietro Vanni, un artista da rivalutare e studiare. La voce cavernosa di un fastidioso altoparlante sollecitava tutti all’uscita. Erano le 19. Applausi convinti, a scena aperta, nel portico della chiesa, al Touring Club, al Comune, all’editore Davide Ghaleb sponsor dell’iniziativa e soprattutto alla “Banda del racconto” a cominciare da Antonello Ricci. Con buona pace di tutti, compresi gli inquilini dell’aldilà
Vincenzo Ceniti
console del Touring Club di Viterbo




