Sutri – “Ti ammazzo e ammazzo i tuoi gatti”. “Tanto prima o poi ti troveranno con la testa tagliata”.
E’ solo l’apice di una serie di minacce che una 49enne avrebbe subìto dal marito. E alle parole, stando alla ricostruzione dell’accusa, sarebbero seguite anche violenze fisiche: botte e spintoni che hanno lasciato sul corpo della donna lividi e ferite.
Ieri il racconto della signora, che si è costituita parte civile nel processo, e della figlia ora 29enne, di fronte al giudice Rita Cialoni.
Siamo a Sutri nel periodo che va dal dicembre del 2014 al novembre del 2015. I rapporti tra i coniugi si erano incrinati già molti anni prima, quando la moglie aveva scoperto un tradimento. Da lì una prima separazione, poi un nuovo matrimonio per riappacificarsi. Ma la situazione è precipitata ancora una volta fino a quando i due non decidono di vivere da separati in casa, almeno per mantenere gli studi della figlia che frequenta l’università.
“Ero costretta a stare nella mansarda al piano di sopra – racconta con la voce rotta dall’emozione la donna -. Lui ormai aveva un’altra relazione e veniva raramente a casa. Quando c’era mi minacciava, diceva cose inaudite per impaurirmi e pretendeva che me ne andassi via di casa con mia figlia. Ma noi non avevamo alcun posto dove stare e lei doveva continuare gli studi”.
Un clima di terrore che spingeva mamma e figlia a stare rintanate in quella mansarda. La paura le aveva fatte scappare già una volta e per alcuni mesi si erano rifugiate in una casa protetta, ma poi, sole e senza alcun appoggio su cui contare, erano tornate lì.
L’episodio più grave è quello del 25 novembre del 2015.
“Il culmine lo ha raggiunto quella sera – continua la 49enne rappresentata dal legale Simone Fazio -. E’ salito in mansarda e anche se la porta era chiusa a chiave l’ha sfondata. Mi si è avvicinato con il pugno sotto il viso dicendo ‘ti ammazzo e ammazzo i tuoi gatti, prima o poi ti troveranno con la testa tagliata, decapitata’. Poi mi ha spinta dalle scale tanto da procurarmi dei lividi in tutto il braccio”.
La donna chiama i carabinieri che intervengono e arrestano il marito.
“Quando siamo arrivati – ricorda in aula il maresciallo dell’Arma che rispose alla richiesta di aiuto – abbiamo trovato la casa a soqquadro. Un mobile rotto e la porta della mansarda buttata a terra con le chiavi ancora inserite. Lui era fuori di sé, lei piena di lividi”.
Anche la figlia, seppur non sempre presente alle presunte aggressioni, porta ancora i segni di quella convivenza impossibile.
“E’ un violento – dice piangendo la ragazza -. L’ho sentito minacciare di morte mia madre almeno tre volte nell’ultimo anno. Vivevamo continuamente sotto stress perché voleva cacciarci e diceva che era meglio che io fossi stupida e facessi la prostituta, invece che studiare all’università”.
Parole pesanti che una figlia non riesce a mandar giù, al punto di decidere di cambiare cognome. “Mi ha traumatizzata una vita intera – ha concluso la giovane tra le lacrime -. Mi ha sempre creato problemi, da quando avevo sei anni. Ha distrutto la vita di mia madre. E’ un violento e io non voglio più neanche portare il suo nome”.
Il processo si concluderà a gennaio con l’ascolto dell’imputato, difeso dall’avvocato Vincenzo Petroni, e con la discussione.
