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“Una storia sbagliata…”

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L'avvocato Mario Rosati dopo l'assoluzione

L’avvocato Mario Rosati dopo l’assoluzione

L'avvocato Mario Rosati dopo l'assoluzione

L’avvocato Mario Rosati dopo l’assoluzione

L'avvocato Mario Rosati dopo l'assoluzione

L’avvocato Mario Rosati dopo l’assoluzione

Paolo Esposito

Paolo Esposito

Viterbo – “E’ una storia tinta di nero. E’ una storia da basso impero. E’ una storia un po’ sputtanata. E’ una storia sbagliata”. Tra una sigaretta e l’altra l’avvocato Mario Rosati canta De André.

E’ il suo grido, dopo essere stato assolto perché il fatto non sussiste. Rosati era a processo per favoreggiamento, accusato di aver cercato di volgere la deposizione di un testimone in favore di Esposito. Paolo Esposito, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Tatiana Ceoban e della figlia 13enne Elena.

E’ il giallo di Gradoli, nel quale l’avvocato Rosati ha difeso Esposito fin dalla prima ora. Per poi ritrovarsi a sua volta a giudizio.

Avvocato Rosati, è stato assolto.
“Giustizia è fatta, ma è stata una storia sbagliata. Da qualsiasi punto di vista. Citando De André: ‘E’ una storia tinta di nero. E’ una storia da basso impero. E’ una storia un po’ sputtanata. E’ una storia sbagliata’. E’ vero che la giustizia è fatta di uomini e quindi di emozioni. Ma deve essere dominata dalla virtù e non dai rancori, che appartengono all’aspetto più retrogrado dell’animo umano”.

A cosa ha pensato subito dopo l’assoluzione?
“Mi sono detto: ‘Abbiamo trovato la verità, abbiamo riportato la pelle a casa’. Ho trovato giustizia in un giudice indipendente e imparziale che si è basato sui fatti, a differenza di quello che è successo a Paolo Esposito, condannato sulle chiacchiere. Chi ha giudicato Esposito porta con sé un forte dubbio, perché i corpi non sono mai stati trovati e mai verranno trovati, specialmente a Gradoli. A Gradoli, infatti, non c’è stato nessun omicidio e nessun omicidio è stato commesso da Esposito”.

Come ha vissuto questi quattro anni di processo?
“Sono stati anni relativamente tranquilli perché conoscevo la verità. Questa vicenda non mi ha toccato più di tanto, se non nella misura in cui poteva nuocere alla mia famiglia, ai miei figli, alla mia storia di avvocato e a quella di ufficiale dei carabinieri di mio padre Vincenzo”.

Paolo Esposito era con lei in aula. Condannato, sempre in questo processo, al pagamento di una multa di cinquecento euro insieme alla madre. Ha avuto modo di parlarci?
“Sì, subito dopo la sentenza. E ci siamo detti quello che ci ripetiamo da anni: ‘Accettiamo l’ergastolo, ma non lo condividiamo’. Non siamo inclini a farci soverchiare, né ci facciamo convincere da una realtà che non corrisponde ai fatti. Per quello che mi offrono le carte, per me è e rimane innocente.
Questo discorso si basa soprattutto sull’esperienza tratta da mio padre Vincenzo: ufficiale dei carabinieri, condusse un’indagine sul sequestro di quarantasette persone. Fu il primo maxiprocesso italiano. In quell’occasione ho visto magistrati, procuratori della Repubblica e mio padre scambiarsi idee e ragionamenti su un determinato reato e sugli imputati. Tutto basato sulla lealtà e l’obiettività perché sapevano che il potere a loro attribuito, se mal utilizzato, poteva far più danno della delinquenza. Ricordo ciò che disse il presidente della Repubblica Francesco Cossiga a Tempio Pausania (Sassari), ringraziando mio padre per aver condotto le indagini: ‘Capitano Rosati, noi siamo gente seria’. E io sono cresciuto con questa educazione”.

Paolo Esposito le ha raccontato come trascorre i suoi giorni in carcere?
“Viene rispettato e trattato bene da tutti. Fa dei piccoli lavori per rendersi utile, ma ancora non si capacita della condanna all’ergastolo. Purtroppo in questa storia è mancata un po’ di umiltà, dando per scontati i nomi dei colpevoli senza valutare i fatti in maniera obiettiva”.

Raffaele Strocchia


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