Tuscania – “Andare a cavallo è come l’ossigeno”.
Alessia Germoni di Tuscania, ha 25 anni, ma la determinazione e la sicurezza di chi sul cavallo c’è nata e cresciuta.
Su un cavallo c’è salita prestissimo, non aveva nemmeno un anno. E da quel giorno non è più scesa. Gli occhi le sorridono quando parla del suo lavoro che è poi diventata una passione che le ha dato grandi grandi soddisfazioni.
Non da ultimo, la partecipazione al gran gala di Verona a Fiera cavalli (è la quinta, ndr) con l’associazione Cavalieri Maremmani, di cui fa parte con altri ragazzi.
Quando nasce la sua passione?
“Da piccolissima – racconta Alessia Germoni -, tant’è che a undici mesi “vengo messa” per la prima volta sopra a un pony.
Dagli otto ai sedici anni, mi sono dedicata al salto a ostacoli. A 16 anni, poi, grazie a mio padre, ho iniziato a portare i cavalli ai circuiti Unire, quelli allevatoriali, per le prove morfoattitudinali e le gare di ubbidienza.
A 18 anni, subito dopo gli studi, sono entrata come atleta nell’esercito al ministero della Difesa e poi nell’Anam, associazione nazionale allevatori cavallo di razza maremmana, come cavaliere del performance test stalloni e poi come cavaliere all’interno del performance test fattrici. Ho partecipato a manifestazioni in Germani e a Monaco”.
Poi c’è il Gran gala di Verona a Fieracavalli…
“Sono cinque anni che partecipo e, quest’anno, insieme alla mia associazione Cavalieri maremmani, fatta di dieci ragazzi under 40, siamo andati, portando il nostro lavoro, perché il 90 per cento di noi, ha a che fare coi cavalli c’è, infatti, chi ha un’azienda e chi un centro ippico”.
In cosa vi siete esibiti?
“Abbiamo rievocato il lavoro del buttero all’interno del teatro del gala, portando 22 cavalli maremmani.
Grazie alla Convert Italia, che è il nostro sponsor ufficiale, abbiamo potuto partecipare alla manifestazione. Un grazie va anche al regista Antoni Giarola e al maestro tuscanese Mario Stendardi, per le musiche, e, in particolare, a Federico Forcelloni che ha sempre creduto in noi. E’ per loro se siamo arrivati in questo teatro. Un’emozione unica, tant’è vero che c’è stato il sold-out per entrambe le serate”.
Perché è un’emozione unica?
“Abbiamo partecipato a eventi all’estero e in Europa, ma il gran gala di Verona è come se fosse la tua casa. La tua atmosfera. Non so spiegarlo a parole. Ogni volta che ci entro, mi manca il respiro, anche se sono cinque anni che lo faccio. C’è sempre il pensiero che è il palcoscenico più importante del mondo a cui accedono solo i migliori artisti del mondo. E lì sopra ci sono anche io, che vengo da un paese piccolo come Tuscania”.
Come si gestisce l’emozione?
“L’unica cosa che ti dà sicurezza sono i miei compagni che sono bravissimi. Nonostante sia l’unica ragazza del gruppo, non mi hanno mai fatto sentire in difficoltà e, anzi, la nostra forza è proprio quella di essere un gruppo unito. La nostra carta vincente. Insieme ad altri tre ragazzi della mia associazione, per esempio, sono due anni che vinciamo il campionato Italiano di “Butteri Insieme”.
Possiamo definirla una donna-buttero?
Non proprio, perché, per me, la parola buttero è molto importante. Io sono una ragazza che si dedica completamente al mondo del cavallo. Ecco, è questo quello che sono”.
E chi è il buttero, invece?
“Quello che si alza la mattina presto e si dedica tutto il giorno al cavallo e alla mandria di vacche maremmane. E’ una figura mitologica. Nasco in una famiglia in cui tutti, da mio padre a mio nonno e al mio bisnonno, facevano e fanno questo lavoro. Un lavoro e un sacrificio che vengono ripagati all’interno dell’azienda, per esempio, quando nascono i puledri o quando addestri i tuoi cavalli. Noi lo facciamo, io, infatti, ho avuto la fortuna di prendere il mio cavallo, M. Tiburzi della Leia, a sei mesi e di portarlo per 5 anni al gran gala di Verona. Un risultato molto importante”.
Cosa vuol dire per lei andare a cavallo?
“E’ come l’ossigeno e non si descrive a parole. La mattina mi alzo e anche se è tempo brutto o tira vento, monto e ho la forza per affrontare la giornata. Mi passano i dolori e mi viene voglia di fare i lavori. Insomma, è terapeutico. Magari gli altri hanno la musica, io ho il cavallo”.
Di cosa si occupa nella sua azienda?
“Si chiama “Asd Le Doganelle” e facciamo principalmente addestramento di giovani cavalli e la stazione di monta pubblica equidi, diamo cioè lo stallone alle fattrici”.
Cosa consiglierebbe a un bambino che volesse iniziare questo sport?
“I bambini devono, prima di tutto, divertirsi, perché il gioco è ciò che porterà al successo. Non si può chiedere loro subito l’agonismo, che viene dopo. A cavallo vale il principio, “giocare per divertirsi”. Io ho incontrato tante difficoltà, anche fisiche, come ossa rotte, ma poi la passione ti spinge a continuare e ad andare oltre.
Per questo, mi sono dedicata all’addestramento dei cavalli per imparare io, in primis, e poi per mettermi in gioco, e prendere lezioni, perché c’è sempre chi ne sa più di te”.
Che rapporto ha con la natura?
“I miei tempi sono scanditi dalla natura e non dall’orologio. La mattina, invece di sentire le macchine, i clacson o il rumore dei treni, ascolto i cinghiali o le foglie smosse dalla lepre che corre. Sono giovane, ma in me è forte l’esigenza di riscoprire un mondo, dove non c’è tecnologia e si ritorna al passato.
Quali progetti futuri?
“Con l’associazione Cavalieri Maremmani vogliamo diffondere sempre di più il nostro lavoro nei teatri internazionali e all’estero. Spero di potermi migliorare, sia con l’addestramento dei cavalli che nella conoscenza del mondo equestre che è vastissimo”.
Qual è i suo primo ricordo col cavallo?
“Avevo quattro anni e mio nonno portò un pony infiocchettato, Beba, per una recita dell’asilo. Andavo in giro dicendo a tutti che quel pony era mio. Ero fiera”.
A chi deve tutto ciò?
“Alla persona da cui ho ereditato questa passione… colui che me l’ha tramandata… il mio babbo”.
Paola Pierdomenico



