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Mezzo secolo fa l’alluvione dell’Arno a Firenze

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Piero Innocenti

Piero Innocenti

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Piero Innocenti

Viterbo – La natura ogni tanto ci presenta il conto. Forse anche a causa del cattivo uso che ne facciamo.

E non ci sono solo i terremoti a rovinarci la vita. Mezzo secolo fa, il 4 novembre 1966, ci fu la terribile alluvione di Firenze.

Una catastrofe originata dalla concomitanza di piogge torrenziali per più giorni e di una gestione malaccorta delle infrastrutture di sicurezza del fiume Arno, che determinarono un imponente straripamento: per venti ore il fiume invase la città, stravolgendone il volto.

L’ondata di maltempo fu eccezionale anche nel resto della nazione, e causò forti danni non solo a Firenze e a Venezia, ma in gran parte del centro Italia e, più in generale, del paese.

La nafta dei riscaldamenti, inoltre, si mescolò per le vie della città alle acque del fiume Arno e segnò, su gran parte dei muri e sui monumenti, il livello raggiunto dalle acque, alte fino a 5 metri nei punti del centro città posti sotto il livello del fiume.

A causa dell’alluvione fu danneggiata buona parte del patrimonio artistico della città. Il Crocifisso di Cimabue, una delle più importanti opere pittoriche di tutti i tempi, conservato all’interno della basilica di Santa Croce, e salvato fortunosamente, nonostante gl’interventi di restauro, è rimasto danneggiato quasi all’80%.

Gravissimi furono anche i danni subiti all’interno dei magazzini di musei e gallerie, e dell’Archivio di Stato; e su tanti altri monumenti. Le porte delle chiese e dei musei, tra le altre, furono spalancate dalle acque e i locali invasi dal fango.

All’interno della Biblioteca Nazionale di Firenze migliaia di volumi a stampa delle collezioni antiche e l’intera collezione di periodici raccolta a partire dall’Unità d’Italia, furono inondati dal fango e distrutti, o gravemente danneggiati, nei magazzini sotterranei e in quelli a livello suolo (l’acqua arrivò a 4 m di altezza dal terreno).

A seguito di questa catastrofe l’esperienza delle maestranze fiorentine per i restauri è rimasta quasi unica al mondo.

Un vero e proprio esercito di giovani e meno giovani di tutte le nazionalità, subito dopo l’alluvione, arrivarono volontariamente a centinaia in città per salvare le opere d’arte e i libri, strappando al fango e all’oblio la testimonianza di secoli di arte e di storia.

Questa straordinaria catena di solidarietà internazionale rimane una delle immagini più importanti nella tragedia. Gli “Angeli del fango”, così furono definiti i giovani accorsi a lavorare, rappresentarono un importante esempio di mobilitazione spontanea giovanile.


Le immagini dell’alluvione di Firenze


I laboratori di restauro fiorentini raggiunsero gradualmente livelli di avanguardia, e padronanza delle diverse tecniche, che tuttora li rendono tra i più importanti a livello mondiale nel campo del restauro.
Tra i diversi personaggi, che al tempo si trovarono a dirigere le operazioni di salvataggio, fu Emanuele Casamassima (1916-1988), a poco più di un anno e mezzo dalla sua nomina a direttore della Biblioteca nazionale centrale di Firenze, che si trovò a dover fronteggiare l’emergenza provocata dall’alluvione.

“Bisognava organizzare e promuovere, in tempi brevi, l’attività di recupero di oltre un milione di unità bibliografiche, per essere messe in condizioni di sicurezza, in attesa del futuro restauro.

Grazie all’intervento dei volontari accorsi dall’Italia e dal resto del mondo, questo primo intervento terminò in alcuni mesi. I volumi estratti dal fango, infatti, furono inviati in varie strutture, allestite in vari centri nel paese, per l’essiccazione e furono avviati i primi interventi di restauro, proseguiti poi per alcuni decenni”,  come ricorda la testimonianza di Piero Innocenti, all’epoca studente, poi per alcuni anni direttore del Laboratorio di restauro della Biblioteca nazionale, che di Casamassima è stato biografo e che dal 1990 al 2010 ha insegnato nella Università della Tuscia.

“E’ grazie alle reazioni che quella catastrofe determinò – continua Piero Innocenti – che, ancor oggi, possiamo studiare e ammirare gran parte del patrimonio storico, documentario, artistico salvato”.

Il professor Piero Innocenti è ben conosciuto nell’ambiente accademico viterbese. Gran parte della sua carriera si è svolta a Viterbo, dove fu chiamato dal Comitato ordinatore della facoltà di Conservazione beni culturali, nel 1990, a coprire la cattedra di Bibliologia (poi Teoria e tecniche della catalogazione e classificazione, poi Storia, teoria e tecniche della catalogazione e classificazione).

Vi fu presidente del consiglio dell’indirizzo archivistico-librario, poi direttore del Dipartimento di storia e culture del testo e del documento (1994- 2003), incarico che depose per presiedere il Nucleo di valutazione dell’ateneo.

Terminata questa incombenza il 31 ottobre 2005 per consentire un congedo di studio, Innocenti si è dedicato esclusivamente a ricerca e insegnamento, fino alle dimissioni, rassegnate il 28 maggio ed operative dal 1. Novembre 2010.

Innocenti è stato anche nominato Ambasciatore del Sodalizio Facchini di Santa Rosa, durante la presidenza di Lorenzo Celestini, per aver organizzato dal 1999 al 2001 tre convegni, e le relative pubblicazioni degli atti, riguardanti “Santa Rosa, tradizione e culto”.

Silvio Cappelli


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