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“Le classifiche sulla qualità della vita non dicono la verità”

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Spiace, ogni anno, dover ripetere la solita tiritera: che le classifiche sulla qualità della vita non dicono la verità.

O meglio, danno un quadro relativamente attendibile, se proiettate su un triennio o un quinquennio, ma diventano quasi ridicole se ripetute di anno in anno.

Il dibattito sugli indicatori di qualità della vita è serratissimo, anche se non giunge alle orecchie del pubblico, interessato solo a sapere “dove sta in classifica” la propria città, con la stessa curiosità con cui si legge la pagina sportiva del quotidiano del lunedi, dopo le partite della domenica.

Tale è il dibattito scientifico che i dati sfornati ogni anno, mentre arrovellano lettori e amministratori, sono spesso valutati con sostanziale diffidenza dagli specialisti.

Basterebbero queste domande: che cosa si intende per qualità della vita? quali di conseguenza i suoi indicatori? quali sono i dati che possono rappresentare tali indicatori? come devono essere soppesati? che significa “perdere dieci posti in classifica” o guadagnare dieci posti in classifica”?

Ad esempio, se tra gli indicatori di qualità della vita computassimo le giornate di sole (e non è uno scherzo: Durkheim aveva rilevato che ci si suicida più in Nord Europa che nei paesi mediterranei a causa del perdurare di fredde tenebre), forse i paesi del Sud risalirebbero di molte posizioni.

A proposito di suicidi, segnale di disagio individuale, perché nelle ridenti città del Nord Italia sono più numerosi che nelle disastrate città del Sud?

E ancora: che succede a una città che perde dieci posti nella classifica della criminalità nel giro di un anno: c’è stata un’improvvisa strage degli innocenti?

E’ evidente che, quand’anche il meccanismo funzionasse nella sostanza, i suoi risultati vanno comunque valutati con le molle.

In classifica si vive meglio a Viterbo che a Roma, e allora come mai i viterbesi vanno a teatro, al centro commerciale, all’ospedale, al lavoro a Roma piuttosto che nella propria Città?

Viterbo e Venezia pareggiano grosso modo i loro punteggi: è indifferente vivere a Venezia o a Viterbo?

Insomma, è evidente che c’è qualcosa che non va, che c’è qualche criterio di base che non funziona, e soprattutto che la sintesi dei dati analitici non è adeguata.

Certo, a occhio e croce chiunque di noi ha la sensazione che si viva meglio a Mantova o a Trento che a Viterbo; ma non sarà allora che, quanto meno, al dato statistico va affiancato, con pari dignità (ripeto: con pari dignità) il dato sulla “percezione” della qualità della vita?

Finisco con una provocazione; un’indagine internazionale sulla felicità (alla quale si correla molto da vicino al concetto di qualità della vita, ma introduce elementi soggettivi) nel 2008 rilevò che si godevano la vita più in nigeriani che i tedeschi.

Semplicemente perché nella ricca Germania si voleva sempre di più e non ci si accontentava di ciò che si aveva.

Si chiama il “paradosso della felicità”: se chi elabora gli indici di qualità della vita non ne tiene conto, se non tiene conto delle impressioni soggettive, difficilmente riuscirà a restituire un quadro fedele della qualità della vita urbana.

Poi possiamo essere d’accordo che a Viterbo si potrebbe vivere meglio; ma il dato statistico dovrebbe essere solo uno degli elementi per avviare la discussione. Un mio amico reatino, che si ritrova la sua città al 46° posto contro il 63° di Viterbo mi ha detto: ma siamo pazzi? Rieti è un mortorio, a Viterbo siete avanti anni luce. Mah…

Francesco Mattioli


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