Viterbo – Un senato non più eletto dai cittadini ma dai consigli regionali.
“I consigli regionali eleggono i senatori tra i propri componenti…” (nuovo art. 57 della “deforma”). Chi dice il contrario, mente sapendo di mentire. Prima le province, che tuttora esistono ma non sono più elette dai cittadini, adesso si vuole costruire un mostro istituzionale di dopolavoristi con immunità parlamentare e “a porte scorrevoli” perché non avranno una durata precisa come la Camera. A questo punto sarebbe stato più coerente al loro progetto abolire il Senato.
L’art.70 prevede una decina di procedimenti legislativi che potranno alimentare la conflittualità tra i due rami del Parlamento; conflittualità di cui sono ben consapevoli i “nuovi costituenti”: che, per giunta, prospettano una assurda soluzione”I presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti”. E se non si mettono d’accordo, come si decide? Si vota?! Uno a uno?! O si fa a braccio di ferro? Inevitabile la conflittualità.
La Repubblica riconosce e promuove le autonomie locali, attua nei servizi che dipendono dallo stato il più ampio decentramento amministrativo (art.5). Nei rapporti Stato-Regioni, la decantata eliminazione della competenza concorrente (a prescindere da un giudizio di merito, che non giustificherebbe certo, in molti punti, lo sbandierato ottimismo del deformatori) rientra dalla finestra, attraverso la previsione di una serie di materie definite “disposizioni generali e comuni”.
Art 117 “Disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare sull’istruzione: ordinamento scolastico, istruzione universitaria e programmazione strategica sull’istruzione e formazione professionale, sulle attività culturali e sul turismo, sul governo dl territorio, della ricerca scientifica e tecnologica…” e così via.
Che cosa sono le “disposizioni generali e comuni” se non i vecchi principi delle leggi cornice?
E’ facile prevedere che si aprirà una nuova fase di contenzioso davanti alla Corte costituzionale per definire compiutamente il nuovo assetto delle competenze legislative.
L’art. 117 introduce la clausola di “supremazia” che consentirà allo Stato di approvare leggi anche nelle materie di competenza regionale qualora il governo (non il Parlamento che dovrà legiferare) ritenga che vi sia un “interesse nazionale”che giustifichi tale “invasione”. Immaginate il ponte sullo stretto di Messina, o un inceneritore, o una centrale a carbone o una qualsiasi altra opera di grande impatto territoriale, decisa ed eseguita dal governo senza che le autonomie locali possano interferire.
Tutte queste limitazioni varranno solo per le regioni a statuto ordinario, perché non si applicheranno a quelle a statuto speciale: Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, province autonome di Trento e di Bolzano (art.13 disposizioni transitorie).
Con una evidente disparità di trattamento ed una plateale violazione del principio i uguaglianza. Invece di abolire le regioni a statuto speciale, se ne rafforza la disparità rispetto a quelle ordinarie.
Un ulteriore paradosso è nel fatto che, a fronte di un giudizio assai critico sull’operato delle regioni, si inventa una nuova mostruosa figura di senato (peraltro senza vincolo di mandato) composto in prevalenza proprio da consiglieri regionali, a cui per giunta (guarda un pò) si conferisce la immunità parlamentare.
In una Camera in cui almeno il 50% dei parlamentari sarà nominato dal “capo della forza politica” (artt. 1 e 8 “Italicum”), viene introdotto il c.d.”voto a data certa” (art. 72)Il Governo cioè potrà dettare l’agenda della Camera ed imporre di votare entro settanta giorni.
Altro che centralità del Parlamento. Una sola Camera, composta in prevalenza da nominati dal “capo”, numericamente prodotta da una legge elettorale che attribuisce un premio di maggioranza abnorme, chiaramente lesivo del principio di rappresentanza. Il capo sceglie i nominati, detta l’agenda alla Camera. Si tratta del rafforzamento dell’esecutivo sul Parlamento e del sempre più accentuato allontanamento del potere dalle possibilità di scelta dei cittadini.
Tutte le Costituzioni democratiche, dall’ottocento in poi, hanno avuto la funzione di limitare il potere del sovrano, non di estenderlo come sta avvenendo ora. Diceva Calamandrei che “per preparare il testo di una nuova Costituzione democratica sia più opportuno e più prudente muovere dal punto di vista della minoranza, di quella che potrà essere domani la minoranza, in modo che le garanzie costituzionali siano soprattutto studiate per difendere domani i diritti di questa minoranza Il carattere essenziale della democrazia consiste non solo nel permettere che prevalga e si trasformi in legge la volontà della maggioranza, ma anche nel difendere i diritti delle minoranze, cioè dell’opposizione che si prepara a diventare legalmente la maggioranza di domani”.
Una distanza etica e culturale abissale dagli ispiratori della deforma di più di un terzo della nostra Costituzione (47 articoli); il cui progetto è tutto incentrato sul rafforzamento dell’esecutivo e del suo capo.
Per ragioni di spazio, mi fermo qui. Ma da ultimo (non certo per importanza) mi sia consentita una considerazione complessiva.
Questi otto mesi di campagna elettorale sono stati orribili: si sono prodotte lacerazioni, si è spaccato il Paese. Si è trattata la Costituzione non già come l’insieme dei valori e dei progetti nei quali tutta la nazione si riconosce e intorno ai quali si raccoglie.
E’stata trattata come un testo vecchio, costoso,da rottamare ed a cui contrapporre una profonda modifica con il marchio di una parte in contrapposizione a tutto il resto del Paese.
Il messaggio diseducativo che si è trasmesso è quello che la Costituzione è una legge come tutte le altre; che può essere via via cambiata da ogni maggioranza del momento. Ogni partito che vincerà le elezioni con questo sistema maggioritario sarà legittimato a farsi la sua Costituzione, à la carte.
Altro che una Costituzione che deve guardare lontano, ai posteri, perché i governi passano e le Costituzioni restano; come diceva ancora una volta Calamandrei
Eppure preoccupazione ed il rigetto di una Costituzione di maggioranza è contenuta in un “Manifesto dei valori” di cui vorrei citare un passaggio a conclusione di questo mio intervento.
“La sicurezza dei diritti e delle libertà di ognuno risiede nella stabilità della Costituzione, nella certezza che essa non è alla mercè della maggioranza del momento, e resta la fonte di legittimazione di limitazione di tutti i poteri. Il Partito democraticosi impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la Stabilità, a metter fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza, anche promuovendo le le necessarie modifiche al procedimento di revisione costituzionale”.
Sì, avete letto bene. Si tratta del “Manifesto dei valori del Partito Democratico”. Ma era l’anno 2008, poi è arrivato il segretario-presidente e il partito-di-Renzi:
agli aderenti a quel partito, a coloro che condivisero quei valori, vorrei fare brechtianamente una domanda. “C’e’ nessuno che dice di no?!” quanto meno per una questione di dignità personale?
Enrico Mezzetti
Presidente Provinciale Anpi di Viterbo
