Viterbo – “Non ricordo nessuno schiaffone a Filippo Rossi ma solo un gran parapiglia”. Parla a fatica l’unica testimone ascoltata ieri in una nuova udienza del processo per lo ‘schiaffone futurista’ al direttore artistico di Caffeina Filippo Rossi. Per quell’aggressione, la sera del 14 luglio 2012, durante una delle notti del festival culturale, sono imputati il leader di Casapound Gianluca Iannone e il 44enne viterbese Andrea Giannini.
Davanti al giudice di pace Alessandro Mandolini parla una volontaria di Caffeina, 50 anni. Tanti, tantissimi i non ricordo. “Ho una vaga reminiscenza di quell’episodio – afferma in aula la donna -. Ricordo, ma vagamente, che mi trovavo nelle segreteria organizzativa di Caffeina, a San Pellegrino, quando è scoppiata una discussione”.
Ma dire chi sia stato coinvolto nella discussione è un’impresa. Un’ardua impresa. “Sono passati troppi anni – continua la volontaria – e non so dire chi sia stato coinvolto nel parapiglia. Rossi entrava e usciva dalla sala. La segreteria era piena di gente, un porto di mare. Ricordo solo che all’improvviso sono arrivate le volanti della polizia”.
Il pm non riesce a rinfrescare la memoria della 50enne, neppure leggendo stralci delle dichiarazioni che la donna rilasciò alla polizia subito dopo l’aggressione. Di quell’uomo che “parlava con Filippo Rossi e alto un metro e novanta, pelato, con la barba e con addosso una maglietta nera con il logo di Casapound”, la volontaria continua a non ricordare nulla.
Insomma, lo schiaffo di Iannone a Rossi non l’avrebbe visto. Anche se ci pensò un comunicato di Casapound, la mattina dopo, a rivendicare il gesto. A modo suo. La nota parlava di “ricerca di un chiarimento verbale finita in un gesto di marinettiana memoria”. O “schiaffone futurista”. O “discussione tra vecchi amici, che amici non sono più”.
Ad aprile la prossima udienza.




