Viterbo – E’ alla sbarra con l’accusa di aver maltrattato la figlia perché vive all’occidentale. L’avrebbe picchiata e segregata in casa, e voleva spedirla in Pakistan per darla in sposa a un musulmano. Ma per l’assistente sociale ascoltata ieri in aula, quell’uomo tutto è tranne che un padre padrone.
“Tiene alla sua cultura ma è rispettoso di quella occidentale – spiega la donna al giudice Silvia Mattei -. Ha cresciuto i figli all’europea, con rispetto ed educazione. La figlia voleva solo essere autonoma, l’ho vista libera e non mi ha mai parlato di imposizioni da parte del padre”.
Nel 2012 la ragazzina, che aveva 15 anni, denunciò i soprusi del padre, musulmano intransigente. I poliziotti la portarono via da un paese della provincia prima che accadesse il peggio. Il fratello le mandò un sms: “Non tornare a casa”, le scriveva. Il padre aveva appena scoperto che la sua unica figlia femmina aveva un profilo Facebook. Per lui, un fatto a dir poco inaccettabile.
Lei, oggi 20enne, ha passato gli ultimi cinque anni in casa famiglia. Qui ha conosciuto l’assistente sociale che ieri ha testimoniato in aula. A marzo scorso è toccato a lei essere ascoltata al processo al padre per maltrattamenti; in quell’occasione ha ritoccato tutte le sue vecchie testimonianze.
“Credo che potrebbe picchiarmi fino a uccidermi”, raccontava quattro anni fa agli agenti della sezione reati su minori della squadra mobile. Oggi si giustifica: “Ero solo molto spaventata”. I pugni diventano schiaffi. Le botte, da gratuite, motivate. E lei se ne prende tutta la colpa: “Me la andavo a cercare. Facevo cose che lo facevano arrabbiare. Come fumare”. Ma la sua amica, ascoltata anche lei a marzo, non ricorda di averla mai vista con una sigaretta in mano.
Quello che la ragazza non ha detto, lo hanno raccontato i suoi conoscenti. La madre della sua amica – l’unica che le sarebbe stato possibile frequentare perché aveva i genitori musulmani – prende l’iniziativa di chiamare i servizi sociali e la questura. “Veniva a casa nostra con i lividi, una volta anche con l’occhio nero. Era una ragazza intelligente, seria, per niente ribelle: voleva solo vivere come tutte le ragazzine della sua età”. L’amica racconta che non poteva portare gonne, usare i social network, guardare la tv, frequentare ragazze e tantomeno ragazzi: “Doveva finire la scuola e sposarsi in Pakistan con l’uomo che avrebbe scelto il padre per lei: la sua vita era già programmata”.
Per l’assistente sociale invece non sarebbe successo nulla di tutto ciò. A ottobre 2017 parleranno altri testimoni della difesa.
