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Se c’è un ragazzo che delinque, c’è un genitore distratto in famiglia

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Minorenni che assassinano i genitori e gli amici: episodi che sconcertano l’opinione pubblica, soprattutto perché certe efferatezze sembrano compiute per futili motivi e con fredda noncuranza.

Così, è facile leggere nelle pagine dei quotidiani che contano il pensiero e le sentenze di psicologi, criminologi, filosofi ed opinionisti – due nomi per tutti: gli stimabilissimi Ernesto Galli Della Loggia e Vittorino Andreoli – che si mettono letteralmente le mani nei capelli asserendo che ormai la vita conta poco, che ammazzare la gente sembra un videogioco e che questi ragazzi di oggi non hanno più alcuna moralità e non hanno più freni inibitori. Niente da obiettare, tutto vero.

Ma ci sono alcuni aspetti che non vengono mai affrontati con chiarezza.

C’è il fatto che l’individuo forma gran parte del proprio carattere nei primi setto-otto anni di vita; c’è che non si nasce né buoni né cattivi, certo si nasce con un dato patrimonio genetico, ma è come se ti dessero una mano di carte, poi sta a te farle fruttare; c’è che nei primi sette otto anni di vita si forma il Super-Io che poi ti guiderà e controllerà le tue azioni dall’inconscio;

c’è che in quei sette-otto anni di vita la formazione del carattere dipende dalle esperienze sociali, relazionali e culturali dirette e indirette; c’è che in quei sette-otto anni di vita le esperienze sociali, relazionali e culturali l’individuo le riceve da due agenzie di socializzazione, la famiglia e la scuola.

C’è che la seconda fase fondamentale della maturazione si verifica alle soglie dell’adolescenza, e ancora una volta, sono – o dovrebbero essere –preponderanti l’istituzione familiare e quella scolastica.

C’è quindi che la famiglia e la scuola determinano pesantemente se quell’individuo in futuro sarà un bravo ragazzo, uno sbandato o un cinico assassino, se saprà orizzontarsi nelle amicizie o sarà preda di avventurieri, se saprà filtrare i messaggi dei media o ne diverrà schiavo, se il Super-Io lo doterà di freni inibitori e di sacrosanti tabù o se sarà sparito nel nulla.

Allora, hai voglia a sacramentare contro questa gioventù amorale, su questa perdita di senso della realtà, sulle capacità di manipolazione di una playstation che governerebbe gran parte della vita quotidiana delle nuove generazioni.

E’ vero: il millennial vive dell’oggi, non sa cos’é lo ieri e non si cura di cosa è il domani, scambiand magari banalità su facebook con i suoi coetanei.

Chissà perché, chissà chi glielo ha messo in testa, chissà chi si è dimenticato di dargli un’alternativa; chissà chi è che lo ha legato indissolubilmente alla logica consumistica dei nuovi media, chissà chi lo ha lasciato soloi nelle decisioni, chissà chi si è dimenticato di fornirgli un’idea, un principio, una speranza, una determinazione. Chissà… Forse il caso? Forse è tutta colpa sua?

Troppi tromboni, mi spiace, a stonare suonando a orecchio. Troppi che guardano il dito invece che la luna. Troppi che si spogliano di ogni responsabilità, scuotendo la testa indignati e chiamandosi fuori dalla questione.

Se c’è un ragazzo che delinque, c’è stato sicuramente un genitore distratto in famiglia, un formatore superficiale a scuola, un adulto pronto a sfruttare le debolezze giovanili per fare lauti guadagni, un leader mediatico – un “influencer” come si dice oggi – santificato da twitter o da youtube.

Se di fronte alla catastrofe del sabato sera il mondo degli adulti sa solo dire “bevi responsabilmente”; se di fronte alla dipendenza dal gioco si permette la pubblicità dell’azzardo; se ad un professore è concesso di giocare sulle proprie assenze o con le proprie frustrazioni esistenziali;

se a due genitori divorziati è permesso tenere un figlio sul filo del rasoio per dieci anni; se la playstation diventa la più importante delle baby sitter; se il mondo della cultura – ammiccando ad un certo anarchismo intellettualistico – ti fa capire che non esiste l’autorità, che la libertà consiste nel fare e dire ciò che si vuole, pur di potersi esprimere, anche a danno degli altri; se i personaggi che ti celebrano in tivvù o al cinema sono troppo spesso eroi negativi;

se ti convincono che chi strilla più forte ha ragione; se ti dicono che un tabù è solo il subdolo strumento di controllo del clerical-fascismo; se ti fanno capire che chi paga le tasse, chi rispetta le leggi, chi prende l’autobus invece del motorino, chi rifiuta di farsi una canna, chi ripudia la violenza è solo uno sfigato, un sottomesso, un morto che cammina;

se non ti offrono una chance di speranza; se la meritocrazia si trasforma in una corsa ad eliminazione: che diavolo di giovani si pretende che crescano? Come può esserci qualcuno che si permette di scandalizzarsi se un sedicenne scanna i genitori per futili motivi?

Ma deve ringraziare Dio, il Caso o chi Diavolo vuole perché quel sedicenne sia ancora un’eccezione. E non deve neppure cullarsi sugli allori perché ha un figlio, un nipote o un allievo modello, che lo riconcilia con le giovani generazioni.

Perché, parafrasando una nota parabola evangelica, il problema non sta nelle pecore custodite nel recinto, ma in quella che ha trovato il cancello aperto ed è uscita finendo per smarrirsi. E di queste pecorelle, purtroppo, cominciano ad essercene troppe, perché troppi sono i cancelli rimasti incustoditi, troppi sono i pastori distratti, troppi quelli intenti a perseguire soltanto i propri interessi.

Francesco Mattioli


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