Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il centro antiviolenza va istituzionalizzato come servizio pubblico sociosanitario. Non bastano gli sportelli della Asl nei consultori o al pronto soccorso.
Trattandosi anche di un problema culturale, è una battaglia lunga da combattere. Nel frattempo alle donne chi ci pensa? Nell’emergenza servono strutture capaci di proteggere le vittime di violenza e i loro figli.
Dovrebbe essere lo Stato a farsi carico del fenomeno e combatterlo in maniera strutturata, non bastano i consultori e gli sportelli. Questi centri vanno tutelati nei fatti, non solo a parole: non serve che i rappresentanti delle istituzioni, dopo ogni femminicidio, si battano il petto e riempiano la bocca di belle parole se poi nei fatti non fanno abbastanza perché questi episodi non si ripetano.
Il punto è che le strutture per ottenere le convenzioni con le istituzioni devono rispettare requisiti molto rigidi ma che, soprattutto, comportano la disponibilità di ingenti fondi. Eppure, gli enti come i comuni o le province questi soldi non ce li hanno, mentre la regione li stanzia in maniera insufficienti.
Il bando pubblicato proprio dalla regione a novembre e in scadenza a febbraio è rivolto ai comuni e stanzia 66mila annui per un centro antiviolenza e 170mila per le case rifugio. Tra affitti, utenze, professionisti e quanto necessario per assistere le vittime e i loro figli questi stanziamenti non bastano. E il risultato è che le donne rimangono sole.
Chiediamo un incontro urgente al comune di Viterbo su cui la struttura insiste. Vogliamo incontrare il sindaco ma soprattutto le donne in giunta e tutte le consigliere comunali per capire che possibilità ci sono per scongiurare che il centro antiviolenza del capoluogo chiuda.
Miranda Perinelli
Segretaria dello Spi Cgil
