Viterbo – Ho incontrato Zygmunt Bauman una dozzina di anni fa a un convegno sulla società del XXI secolo; molti suoi lettori dell’ultim’ora hanno forse un’idea supeficiale della figura di Bauman, troppo spesso etichettato come “il teorico della modernità liquida”, come se non avesse detto altro nella sua vita o avesse avuto sempre le stesse idee nel corso del suo lunghissimo itinerario intellettuale.
Ma se negli anni sessanta aveva scritto cose importanti sulla sociologia marxista, vent’anni più tardi si ritrovò con Jürgen Habermas e Jean Boudrillard a diffidare del progresso tardocapitalistico, mentre al giro di boa del millennio si era messo a sfornare best seller sulle singolari contraddizioni della modernità.
Ci confidava che quell’idea di società liquida gli era talmente piaciuta che non riusciva più a liberarsene. Ma era giusto così, perché in realtà aveva contribuito a descrivere l’aspetto fondamentale della società odierna, una società che a dispetto del progresso tecnologico aveva visto ridimensionare ogni certezza: nella politica, con la caduta dei grandi ideali del marxismo e del capitalismo; nella religione, con il crescente processo di secolarizzazione; nel costume, con l’emergere di nuovi punti di riferimento etici; nella società, con l’affermarsi del potere dell’effimero; persino nella scienza, che non riusciva a raggiungere i traguardi promessi e rischiava di farsi complice di uno sviluppo insostenibile.
Come già aveva preconizzato alla fine degli anni ‘70 François Lyotard, l’idea di modernità intesa come un cammino ineluttabile, quasi teleologico verso il progresso, stava perdendo colpi; “fine della storia” aveva più tardi sentenziato Francis Fukuyama. Così, poi, per altri studiosi come Niklas Luhmann, Anthony Giddens e – appunto – Bauman, era stato facile parlare di società “post-moderna” e soprattutto di “società dell’incertezza”, dove tutto ha valore relativo e la realtà ti sfugge dalle mani, come un liquido appunto.
Chiesi a Bauman come vedeva il futuro, lui che veniva dall’olocausto, dalla persecuzione politica marxista e che ora stava constatando la liquefazione delle certezze postmoderne: in una strana mescolanza di valutazioni, ora negative ora di speranza, mi dette l’impressione che egli stesso subisse l’incertezza di non riuscire a leggere la complessità e la contingenza dei nostri tempi.
Il fatto che ultimamente abbia disegnato a tinte fosche la società del conflitto ambientale prossimo venturo a dire il vero mi ha sconcertato un po’. Probabilmente il buon Zygmunt aveva visto scivolare tra le sue magre dita le ultime speranze di comprendere una società che fa della contraddizione e dell’elusività i suoi tratti caratteristici e che può sconcertare chi ne ha viste troppe per avere fiducia nel futuro.
Devo dire che da questo punto di vista il quasi ottantenne Anthony Giddens appare più fiducioso nelle risorse dell’uomo e nelle sue capacità di reagire al pericolo e alla dissoluzione della civiltà: noi possediamo gli anticorpi per combattere i nostri errori e l’attuale stato di incertezza è soltanto il segnale di un cambiamento evolutivo in atto, pari a quello che sconvolse il mondo con la caduta dell’impero Romano, l’oscurantismo medievale con il Rinascimento, o l’economia con la Rivoluzione industriale.
Francesco Mattioli
