Viterbo – (r.s.) – “Ha strappato con le proprie mani il cordone ombelicale. Ha avvolto il feto in un asciugamano, l’ha chiuso in una busta per poi buttarlo in un cassonetto”. E’ tornata a casa e “ha ripulito l’appartamento”. Poi “è andata in ospedale”. Il gup Savina Poli ricostruisce i drammatici momenti del 2 maggio 2013. Lo fa nelle trentasei pagine in cui spiega perché ha condannato a dieci anni di reclusione Elisaveta Alina Ambrus, la 27enne che poco più di tre anni fa ha gettato sua figlia, fatta nascere prematuramente, in un cassonetto in via Solieri, al quartiere Carmine.
Per il giudice del tribunale di Viterbo, Ambrus con “consapevolezza e volontà ha omesso i comportamenti necessari a far sopravvivere la neonata”, nata al settimo mese. Da qui la condanna, in primo grado, per omicidio volontario. “E’ evidente – è scritto nelle motivazioni arrivate in cancelleria il 28 dicembre scorso – che se Ambrus non avesse assunto il Cytotec (farmaco utilizzato per indurre le contrazioni prima del tempo e far nascere la bambina, ndr) in ambiente non protetto, il feto, sano e privo di malformazioni, non sarebbe nato di sette mesi e di conseguenza non sarebbe morto per la sua immaturità”. Dopo aver assunto il farmaco e inducendo il travaglio, la 27enne “è rimasta in casa non recandosi in ospedale per consentire che il parto indotto avvenisse in un ambiente che potesse garantire la sopravvivenza del feto”, continua il gup.
Ambrus, “ha accettato il rischio che il feto potesse nascere vivo e morire. L’evento, previsto e accettato – sottolinea il giudice – si è poi verificato, senza che nella donna ci sia mai stato un mutamento dell’animus. Dopo la nascita del feto, infatti, ha strappato con le proprie mani il cordone ombelicale, ha avvolto il feto in un asciugamano, l’ha chiuso in una busta per poi buttarlo in un cassonetto”. E’ tornata a casa e “ha ripulito l’appartamento”. Poi “è andata in ospedale per fermare l’emorragia”. La condanna è anche per soppressione di cadavere.
Ambrus, conclude il giudice, “ha portato a termine il proprio disegno di disfarsi illegalmente della bambina, senza mai avere alcun ripensamento”.
La 27enne era accusata di aver abbandonato la sua bimba in un cassonetto, con la complicità di Graziano Rappuoli, infermiere viterbese di 56 anni. Per lui, questa mattina, sarebbe dovuto iniziare il processo davanti alla corte d’assise del tribunale di Viterbo. Falsa partenza, rinviata a febbraio. Per l’infermiere le accuse sono pesantissime: omicidio volontario, occultamento di cadavere ed esercizio abusivo della professione. Secondo il pm Franco Pacifici, sarebbe stato Rappuoli a procurare alla giovane madre l’ossitocina con una ricetta falsa. Il farmaco sarebbe servito per provocare le contrazioni e far nascere prematuramente la bimba.

