Viterbo – Le dittature, qualunque esse siano, funzionano così: esiste il pensiero unico, certi principi e certi valori sono dati per assoluti, non si possono discutere e chi lo fa incorre in condanne e sanzioni più o meno severe venendo anche segnalato al pubblico disprezzo.
Così, si finisce per considerare giusti, ovvi e indiscutibili solo certi principi e ci si scandalizza se qualcuno la pensa diversamente.
Le dittature, almeno sul piano ideologico, sono diffuse, anzi forse siamo circondati di dittature e neppure ce ne accorgiamo.
Tutte le ideologie sono dittatoriali, perché indicano ciò che a loro avviso è giusto e condannano ciò che è considerato sbagliato. Anche chi si ribella a queste dittature è portatore di un’altra dittatura, cioè di una ideologia diversa: Karl Mannheim ad esempio ha scritto che se il rivoluzionario portatore di un pensiero utopico innovatore riesce a conquistare il potere trasformerà quel pensiero in una nuova ideologia, che vorrà imporre alla schiera degli sconfitti.
La dittatura, insomma, è lo stato “normale” della condizione cognitiva di una società: perché detta la valutazione di ciò che è bene e ciò che è male. Può essere una dittatura becera e violenta, come ieri nel caso dell’assolutismo monarchico o del papismo, e più recentemente del nazismo, del fascismo, del comunismo, dell’islamismo jihadista; o più soft, come il perbenismo e il liberalcapitalismo che definiscono i criteri del “politicamente corretto”.
Nelle democrazie occidentali la dittatura del pensiero unico sembra caratterizzata proprio dal “politicamente corretto”, che gode sostanzialmente di due padrini: del perbenismo rigoroso della morale anglosassone e luterana e del libertarismo semianarchico delle rivoluzione francese.
Due padrini apparentemente contrapposti, ma che hanno caratterizzato l’emancipazione politica dell’Europa e poi degli Stati Uniti e che manifestano anch’essi la tendenza a soffocare tutti i tentativi di formulare considerazioni alternative.
Perché anche in questo caso quella che prevale è la morale dei vincitori, che impone di scandalizzarsi per alcune cose e di essere tollerante – anzi talvolta persino entusiasta – per altre. Con la tendenza, quindi, ad accettare certi revisionismi, se favorevoli ad essa e a condannarne altri se invece danno fastidio al suo pensiero unico. Fino a sfiorare il ridicolo.
Tant’è, che nel clima di tutela della libertà di pensiero ad esempio si sostiene il diritto ad offendere la sensibilità credente di milioni di musulmani (il famoso caso di Charlie Hebdo) o di formulare ridicole ma golose ipotesi sui rapporti sessuali tra Gesù e la Maddalena, ma non si è altrettanto tolleranti verso le ugualmente ridicole ipotesi negazioniste della Shoah, fino ad ipotizzare nel primo caso la santificazione letteraria del pensiero divergente, e nel secondo caso a definire precise ipotesi di reato per un pensiero considerato deviazionista.
Ma basterebbe ricordare che nessun americano è stato condannato per i crimini di guerra di Nagasaki e Hiroshima, considerati semplicemente un tragico “male necessario”; e basterebbe ricordare ancora che cento innocenti vittime europee di un attentato – di cui le pagine dei giornali ci raccontano immediatamente le tenere e tragiche biografie – valgono agli occhi dell’opinione pubblica occidentale molto di più di duecento innocenti vittime di attentato irachene, di cui si conosce solo il numero, spesso approssimativo, in un trafiletto di quarta pagina.
In Italia, poi, il politicamente corretto riesuma il vecchio dogmatismo codino di stampo clericale, che oggi paradossalmente annovera tra i suoi principali esponenti proprio i più tradizionali mangiapreti; ci sono religioni e chierici politici che si sentono depositari del verbo della democrazia, della costituzione, del concetto di libertà, che si sentono officianti esclusivi di certi riti, e che ovviamente sono sempre attenti a denunciare ogni eresia, pronti a pronunciare i propri anatemi e a sollecitare immediate condanne.
Così accade che nelle dittature occidentali del politicamente corretto non sia tollerato esclamare che il re è nudo, non si possono dire cose che sono sotto gli occhi di tutti ma che tutti noi siamo invitati caldamente ad ignorare.
Che cosa ha detto, ad esempio, il malcapitato Poletti? Che non c’è solo una drammatica fuga dei cervelli – che è certo vera – ma ci sono anche ragazzi italiani che sono disposti a lavare i piatti a Manchester, pur di esibire un’esperienza all’estero, e che in Italia non toccherebbero neppure un bicchiere sporco.
Apriti cielo, sono cose che esistono ma non si devono dire! Poi, il Papa finisce per dire più o meno le stesse cose, che i giovani emigrano a mendicare posti di lavoro che non esistono; solo che lo dice in politichese corretto (dice che li abbiamo costretti noi) e allora tutti zitti. Ma c’è dell’altro. Sempre a proposito di giovani, guai a toccare la meritocrazia.
Eppure si scopre che i criteri dettati dalla meritocrazia sono criteri basati non tanto sul sapere, ma sulla furbizia – si leggano i quiz di certi concorsi, da quelli per la patente a quelli per il numero chiuso all’università o a quelli per vincere un posto alla Asl – perfettamente in linea con una società che si vanta di essere selettiva, competitiva, autoprotettiva, aggressiva, egocentrica e arrogante, una società in cui se non sai correre, se non sei furbo e non ti fai largo a spallate sei uno sfigato che non merita un posto di lavoro; una società che condanna al disprezzo tutti coloro che non covano uno spirito da leader o che non possono far valere atout sociali di varia natura. Che ne sarà dei normali? I normali non sono politicamente corretti, sono solo dei mediocri che non sanno farsi valere. Pare che in Italia siano diversi milioni, ma cercano di non darlo a vedere per non sparire in qualche pogrom politicamente corretto.
Allora, se esistono solo dittature ideologiche, dobbiamo rassegnarci ad un completo relativismo, dove non esistono valori certi? Non proprio: sempre seguendo Mannheim si potrebbe percorrere la strada di un sano relazionismo, in cui le verità vengono discusse assieme, scambiate, ragionate, assimilate, confrontate, giungendo a definire un patrimonio etico condiviso, senza parole d’ordine e dogmi di parte. E tra queste non solo le verità della politica, che sono sempre soggette alla storia; ma persino le verità della scienza, che Karl Popper ci ha dimostrato essere sempre provvisorie e che invece rischiano di essere imposte come indiscutibili e di innescare la peggiore delle dittature, quella scientocrazia che in nome del razionalismo non ammette eccezioni. In realtà, solo i principi che provengono da un continuo confronto critico senza pregiudizi e senza esclusioni di sorta possono definire un patrimonio di conoscenze e di credenze comuni in grado di fare da punto di riferimento per scelte e azioni collettive realmente condivise.
Buon anno.
Francesco Mattioli
