Viterbo – “Quella carrozza è un pezzo di storia”. Edda Negri Mussolini, scrittrice e nipote di Benito (figlia di Anna Maria, quintogenita del duce) sogna di vedere concretamente salvata la carrozza della Roma-Viterbo che suo nonno usò nel 1932. “Non perché ci sia salito lui – precisa la scrittrice -, ma perché fa parte della nostra tradizione”.
Rischiava di venire distrutta, insieme ad altre carrozze anche più antiche. In molti – tra cui Giordano Bruno Guerri – hanno preso posizione perché ciò non avvenisse.
Atac è quindi tornata sui suoi passi. E ora Negri Mussolini auspica che non sia solo una bolla di sapone, ma che la carrozza possa essere parte del patrimonio culturale italiano.
“Quella carrozza – spiega la scrittrice – fa parte della storia, al di là che ci sia salito mio nonno. Ci sono, infatti, salite altre persone ed è una pagina del nostro passato che non mi sembra giusto che vada persa.
C’era il rischio che venisse distrutta, ma, dopo le polemiche che si sono sollevate intorno a questa vicenda, Atac, forse, ha capito lo sbaglio che stava facendo.
In tutta questa storia, si è introdotto anche Domenico Morosini, al quale abbiamo venduto Villa Carpena e che ha detto di voler riportare la carrozza lì.
Non ci ha comunque contattato su questa sua decisione, così come, in precedenza, non lo ha fatto Atac. Eventualmente, noi, come famiglia, avremmo potuto dire o fare qualcosa. Ci sono rimasta male”.
Sono state diverse le persone che hanno chiesto che la carrozza non venisse distrutta.
“Sembrerebbe infatti che sia salva, proprio per tutte le polemiche che sono sorte. E non solo da gente di “destra” che si sono interessate, ma anche per l’attenzione di persone, che non sono di questa parte, e che hanno comunque sostenuto che la carrozza fosse un pezzo di storia.
Come paese, siamo bravi a distruggere tutto quello che è riferito al periodo del ventennio.
E questo perché non abbiamo ancora fatto i conti con la nostra storia e siamo pronti a condannare senza distinguere gli errori da quello che di buono e positivo è stato fatto in quel periodo”.
Di recente, Negri Mussolini ha scritto il libro “Donna Rachele. Mia nonna”.
“Non ho avuto molti problemi a presentarlo in tutta Italia. Per esempio, però, non sono riuscita a fare lo stesso nelle tv nazionali e anche i giornali nazionali gli hanno dedicato poco spazio, perché, in questo libro, in cui ho cercato di essere molto obiettiva, racconto comunque la storia. E’ successo addirittura che, in alcuni posti, l’Anpi ci impedisse di presentarlo.
Dalla seconda guerra mondiale a oggi, come dico sempre nelle mie presentazioni, sembra che a un certo è arrivato Mago Merlino per cui ci ritroviamo con tutta una serie di strutture e leggi, appunto quelle del ventennio, che non si sa come siano state fatte, e questo perché non si può dire che è stato fatto qualcosa di positvo in quel periodo.
Perché se lo si fa, poi si tirano fuori sempre tre cose e cioè le leggi razziali, la guerra e i tribunali. Sul resto, si tace”.
Un modo di fare, per lei, tutto italiano. “Nel resto delle altre nazioni, in qualche maniera, hanno fatto pace con la loro storia, che, nel bene o nel male, ha fatto parte della loro cultura.
Da noi, invece, si vuole abbattere l’obelisco con la scritta Mussolini perché mi sembra che si debba cancellare quel periodo di storia che comunque c’è stato. I santi non sono né da una parte né da un’altra”.
La scrittrice torna sulla carrozza. “Non solo la carrozza di mio nonno, ma anche altre più antiche dovevano essere distrutte. In Francia, per esempio non è così, e anche la più piccola cosa la espongono con scritte e la mettono in risalto.
Dovremmo fare lo stesso con la carrozza e ripeto non perché ci sia salito mio nonno, ma per quello che ha rappresentato nell’evoluzione del modo di spostarsi del nostro paese e anche per il ruolo funzionale che ha avuto perché, magari, se non ci fosse stata, non ci sarebbero state anche tutta una serie di interventi nelle infrastrutture”.
Salvarla per lei vuol dire proprio esporla. “La immagino in un museo dedicato non a mio nonno, ma che raccolga altre carrozze per far vedere come si sono evoluti i trasporti, dal 1916 fino ai frecciarossa di oggi.
Come erano state strutturate le carrozze che poi hanno portato ai vagoni e così via. Un museo dei trasporti quindi… potrebbe essere un’idea”.
Negri Mussolini spera si vada fino in fondo. “E’ stato questo quotidiano a tirare fuori la notizia che, forse, non sarebbe nemmeno uscita. Vi ringrazio perché avete fatto ciò che dovrebbe di solito fare un giornale e cioè un servizio pubblico.
Spero, però, che non si faccia come di solito accade nel nostro paese e che cioè, dopo tanto clamore, alla fine non se ne faccia nulla e magari tra sei anni la carrozza sarà ancora lì e forse andrà persa.
Questo è quello che spesso noi italiani facciamo. Quindi o a villa Carpena da Morosini o in qualche altro posto va bene, purché venga salvata perché è parte della storia.
Come popolo, dovremmo imparare a fare i conti con la nostra storia e capire che non è tutta da condannare, ma che molte leggi e molte infrastrutture che noi abbiamo sono dovute a quel periodo. La carrozza – conclude Negri Mussolini – rappresenta la cultura e la cultura, in teoria, non deve avere colore. La pratica poi, e lo sappiamo bene, è tutt’altra cosa”.
Paola Pierdomenico







