Viterbo – L’inchiesta Asl? Nata da un’intercettazione dell’indagine sull’Inps.
La Guardia di finanza è riuscita a scovare i furbetti della Asl grazie a un’intercettazione dell’indagine sulla presunta truffa ai danni dell’Inps, a cui lavoravano dal 2013. Diciannove gli indagati nell’inchiesta sull’istituto di previdenza, tra cui il marito di una delle infermiere dell’ospedale di Belcolle accusate di assenteismo.
E’ fine 2015. Gli agenti del nucleo tributario stanno monitorando il telefono fisso del dipendente dell’Inps quando sentono la donna parlare con i colleghi e dire frasi del tipo: “Il badge è nel cassetto, domani me lo timbri te?”. Subito si rendono conto che anche al Belcolle qualcosa non funziona come dovrebbe. Piazzano così una telecamera all’ingresso del reparto di medicina trasfusionale. Quasi 3mila ore di riprese, in cui immortalano ventitré medici e infermieri di Belcolle timbrare il cartellino per poi allontanarsi dall’ospedale. Ma anche vidimare il badge dei colleghi che restavano a casa o si dedicavano ad altro: una dipendente è stata sorpresa a fare spese, un’altra ad assistere a una recita di Natale.
L’indagine si allarga con pedinamenti e appostamenti. Gli agenti hanno rilevato la posizione dei ventitré attraverso le celle telefoniche e i dati Gps delle proprie auto. C’era chi rimaneva in provincia e chi andava nella Capitale, ma anche chi si spingeva fino al Ternano. E’ scritto nell’avviso di conclusione indagini notificato il 31 gennaio scorso ai medici e infermieri coinvolti nell’indagine coordinata dalla pm Paola Conti. Tra questi anche il primario di medicina trasfusionale Tiziana Riscaldati e l’infermiera Stefania Gemini. Entrambe, indagate di punta, sono state sospese dal servizio.
Non solo furbetti del cartellino. Dall’operazione è emerso che negli ultimi cinque anni dodici tra medici e infermieri avrebbero anche gonfiato i propri stipendi per un importo complessivo di un milione e 300mila euro. Avrebbero sfruttato una delle caratteristiche del reparto: l’assistenza, a pagamento, in casa dei pazienti. La frode sarebbe stata posta in essere attraverso false attestazioni relative a trasfusioni di sangue a domicilio in giorni di assenza dal lavoro, in alcuni casi anche mentre erano in ferie. Oppure gonfiate nella quantità del servizio reso, o effettuate ma rendicontate anche a favore di colleghi che in realtà non c’erano.




