Viterbo – (sil.co) – “Mai sentito di stanze affrescate e soffitti a cassettoni”, secondo il geometra di palazzo dei Priori che, ad oggi, sarebbe stato uno dei pochi a visionare palazzo Spreca negli ultimi trenta anni.
“Un bene inalienabile”, per il professor Enzo Bentivoglio. E’ l’esperto d’arte che riconobbe a una mostra capitolina i 14 affreschi delle virtù profane, recuperati quattro anni fa dalla procura e ora custoditi al museo civico di piazza Crispi. E’ ripreso così l’altra settimana davanti al giudice Giacomo Autizi il processo al proprietario dell’immobile Egidio Calistroni e all’antiquario spoletino Emo Antinori Petrini, che nel 2012 ha dato suo malgrado il via alle indagini, mettendo in vendita i dipinti alla Biennale internazionale di antiquariato di palazzo Venezia a Roma.
Tra i testimoni il professor Enzo Bentivoglio, che riconoscendo le opere in vendita alla Biennale di Palazzo Venezia a Roma ha permesso il recupero. E il critico d’arte Mauro Minardi, incaricato nel 2007 dall’antiquario Antinori di uno studio sul ciclo di affreschi. “Mi disse che erano di sua proprietà, frutto di un’eredità – ha spiegato Minardi – mi mandò le foto, poi li ho visti in un magazzino di Spoleto e poi presso varie mostre antiquarie”. Tramite un volume di Anna Cavallari del 1995 e il famoso articolo del funzionario statale Munoz del 1913, ne scoprì la provenienza. “Erano ubicati a Palazzo Spreca, a Viterbo. Avvisai subito Antinori, anche per sapere se la proprietà fosse legittima. Lui mi disse che aveva ereditato ed era ignaro della provenienza. Ma mi parve lusingato, perché la notizia portava ulteriore pedigree alle opere. Era rallegrato”.
In aula anche un geometra dell’ufficio patrimonio del Comune. A metà anni Ottanta e poi nei primi anni Novanta fece dei sopralluoghi nei locali di via Santa Maria Egiziaca, quando erano ancora di proprietà di Palazzo dei priori. “Ho fatto dei rilievi in vista della vendita, entrando dalla ex chiesa. L’intenzione del Comune era di venderne una parte”. Di più non ha saputo dire: “Mai sentito parlare di una stanza affrescata e col soffitto in legno a cassettoni. Nè che qualcuno fosse contrariato per la vendita del bene. Ho saputo degli affreschi dai giornali”.
Per Bentivoglio, Palazzo Spreca, essendo un bene pubblico, era già di per sé inalienabile. Ma la difesa è tornata a mettere in dubbio l’identificazione di Palazzo Spreca, basato solo sulle carte dello Scriattoli e del Munoz. Contestando a Bentivoglio di non essere mai entrato nell’edificio. “Nonostante lei abbia scritto un libro, non ci ha mai messo piede. E non sa nemmeno in che condizioni fosse nel dopoguerra, che utilizzo avesse negli anni ’50 o negli anni ’70. Non conosce quali siano state le vicissitudini di quell’immobile”. Si torna in aula a maggio.
