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“Se non paghi, facciamo come si fa a Napoli”

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Claudio Casamonica

Claudio Casamonica

Johnny Casamonica

Johnny Casamonica

Viterbo – “Se non paghi, farai una brutta fine. Facciamo come si fa a Napoli”. Sarebbero le parole minacciose e intimidatorie pronunciate dal boss Consiglio Di Guglielmi, alias Claudio Casamonica, ai tempi in cui, tra il 2007 e il 2009, avrebbe cercato di imporre nella Tuscia il racket dell’estorsione e usura. E’ emerso durante l’udienza di ieri del processo a carico di uno dei più tenuti capoclan dei Casamonica, 63 anni, rinviato a giudizio col figlio Sabatino – alias Johnny Casamonica – e due viterbesi, Adolfo Perazzoni di Civita Castellana e Raffaele Pollegioni del capoluogo. Nel settembre 2007 avrebbero fatto trovare alcune taniche di benzina davanti agli ingressi di tre imprese: la concessionaria di auto “Lem”, l’azienda ittica “Agrifish” e la “Centro gomme viterbesi”.

I carabinieri di Viterbo, che stavano già indagando su Claudio Casamonica per la Dda di Roma,  sospettarono subito un tentativo di estorsione. C’erano state delle telefonate, un mese prima, in cui il boss concordava con Perazzoni una visita alla concessionaria, per farsi dare soldi dall’imprenditore Matteo Leporatti. Avviarono così l’inchiesta sfociata nel febbraio 2008 nell’operazione Fire, con l’arresto, su richiesta dei pm Tucci e D’Arma, di Consiglio Di Guglielmi. Gli altri furono denunciati a piede libero.Per i difensori Fausto Barili e Mario Giraldi, l’unico legame con la Tuscia era un debito non saldato di 150mila euro da parte di un ex socio di Matteo Leporatti con una terza persona, che Casamonica, in veste di agenzia di recupero crediti, avrebbe voluto riavere indietro da quest’ultimo.

Unico testimone un maresciallo del nucleo operativo dei carabinieri di Viterbo. E’ stato lui a rievocare la frase minacciosa, “Facciamo o come si fa a Napoli”, che avrebbe usato nei confronti delle vittime. Tra questi un imprenditore in crisi del distretto ceramico di Civita Castellana: “Gli avrebbe prestato 50mila euro, se gli avesse dato in garanzia metà di un negozio a Gallese del valore di 60mila euro. Ha rinunciato. Casamonica, che aveva interessi nella Tuscia, gli aveva dato appuntamento nel suo ristorante, La vecchia quercia, di Castel Sant’Elia”. E sempre il boss avrebbe raggirato un coppia di imprenditori edili viterbesi: “Gli ha fatto fare lavori di ristrutturazione della sua mega villa di Zagarolo, per un importo di 30mila euro, poi gliene ha dati solo la metà  e un assegno era pure scoperto“.

A proposito di intercettazioni. Il pm Stefano D’Arma ha chiesto un’integrazione di perizia, dopo aver ritrovato dei file che nel corso degli anni sembravano essere andati smarriti. Si torna in aula fra un mese.


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