Viterbo – Una giustificazione che suona quasi come un’ammissione di colpevolezza: “Solo qualche ora, non abbiamo ammazzato nessuno”. Così si sarebbe difesa una delle infermiere dell’ospedale di Belcolle, coinvolta nell’indagine della Guardia di finanza sui furbetti della Asl.
“Non abbiamo ammazzato nessuno alla fine. Qualche ora, qualche missione. Non abbiamo ammazzato nessuno”. Dopo essere entrata nel reparto di medicina trasfusionale con il microfono in mano e la telecamera nascosta, la giornalista Giancarla Rondinelli di Domenica Live incontra “una delle infermiere coinvolte nell’indagine della Guardia di finanza”, che non solo giustifica la presunta truffa che le contesta la procura di Viterbo, ma se la prende anche con la stampa: “Ma si fa così? I giornalisti devono fare così? Mettere tutto su internet, sui giornali”.
Con un servizio di due minuti e mezzo l’inchiesta sui furbetti della Asl finisce anche su Canale 5, nel programma domenicale di Barbara D’Urso. Il commento a margine è di Nunzia De Girolamo, deputata di Forza Italia: “Invece del cartellino – dice la parlamentare -, introduciamo le impronte digitali. Mica si possono tagliare il dito questi, ovviamente fino a prova contraria. Il licenziamento dei dipendenti è scontato, ma è inaccettabile che i colleghi abbiamo taciuto. Se vedo che fai la furbetta devo andare dal mio superiore e dirlo, perché se non sono colpevole così divento complice”.
Ventitré i medici e gli infermieri della Asl coinvolti nell’indagine della Guardia di finanza, coordinata dalla pm Paola Conti. Tra questi anche il primario di medicina trasfusionale Tiziana Riscaldati e l’infermiera Stefania Gemini, addetta alla predisposizione della liquidazione dell’unità operativa. Entrambe, indagate di punta, sono state sospese dal servizio.
A fine 2015, dalle intercettazioni di una precedente indagine, gli agenti del nucleo tributario scoprono che nel reparto di medicina trasfusionale c’è chi timbra il cartellino e poi si allontana dall’ospedale di Belcolle. Ma anche chi vidima il badge dei colleghi che restano a casa o si dedicano ad altro: una dipendente è stata sorpresa a fare spese, un’altra ad assistere a una recita di Natale.
I finanzieri li hanno videoripresi per circa tremila ore. Poi pedinamenti e appostamenti, fino alla notifica del 415 bis, l’avviso di conclusione indagini. Nel corso delle indagini è emerso che negli ultimi cinque anni dodici tra medici e infermieri avrebbero anche gonfiato i propri stipendi per un importo complessivo di un milione e 300mila euro. Avrebbero sfruttato una delle caratteristiche del reparto: l’assistenza, a pagamento, in casa dei pazienti. La frode sarebbe stata posta in essere attraverso false attestazioni relative a trasfusioni di sangue a domicilio in giorni di assenza dal lavoro, in alcuni casi anche mentre erano in ferie. Oppure gonfiate nella quantità del servizio reso, o effettuate ma rendicontate anche a favore di colleghi che in realtà non c’erano.






