Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ho partecipato domenica all’assemblea nazionale e seguito con attenzione tutti gli interventi.
Intanto, non mi pare superfluo sottolineare che il dibattito degli organismi democratici del Pd è a disposizione di tutti, ordinato, aperto e in diretta.
Non mi pare poco di questi tempi. C’è da insistere e pretendere che sia così, sempre, per tutti e a tutti i livelli.
Anche a Viterbo per essere chiari. Nel merito mi pare poi di non avere ravvisato negli argomenti avanzati da taluni esponenti della minoranza tesi che non potessero confrontarsi in un contesto democratico come quello congressuale; perlomeno in quelle esplicitate.
Anche chi, come Damiano, come poi Orlando e Cuperlo, ha articolato un ragionamento intorno all’attualità dell’idea di uguaglianza nel terzo millennio, ha riconosciuto la piena cittadinanza di questa caratterizzazione culturale e ideale chiaramente di sinistra nel dibattito del Pd, a partire dal quello congressuale.
Allora ho ricavato la sensazione che c’è un “non detto” da quella parte che non ha tralasciato una occasione per dichiararsi minoranza sempre e comunque, fino a praticare l’opposizione.
Io ricordo di essermi iscritto ai Ds per fare il Pd, ed ebbi la fortunata circostanza della tessera n° 2 del Pd viterbese (la prima fu appannaggio di Severo Bruno).
Mi pare di ricordare che l’ambizione costitutiva era quella di un partito nuovo nel nuovo millennio che potesse dare nuova vitalità ai valori comuni delle ispirazioni ideali da cui prendeva corpo senza diventarne la semplice somma.
E mi pare di ricordare ancora di un Pd che nasceva avendo ben presenti le trasformazioni epocali e planetarie post 89 , della globalizzazione, delle nuove tecnologie, ma anche i ritardi di una Italia già allora assolutamente bisognosa di riavviarsi e rinnovarsi nei fondamentali economici, sociali, istituzionali.
Il tutto nella consapevolezza che, anche nella costruzione europea, la stagione dell’occultamento delle italiche contraddizioni sotto il tappeto infinito del debito pubblico e dei rinvii non potesse più essere prolungata, pena aumentare ancora distorsioni, iniquità, disuguaglianze, a danno in particolare delle nuove generazioni.
Una parte lungimirante della classe politica rimise mano allora all’idea di una stagione di un riformismo capace di incidere a fondo su questa realtà, mettendo in campo il Pd come perno ed agente di questo compito nazionale.
Anni di buone intenzioni, anche di buone cose fatte ma anche di limiti e di battute d’arresto, figlie di genericità programmatiche e coalizioni/accrocchi messi su per vincere più che per governare.
Nel 2012/3 s’affaccia Renzi; è opinione comune che la sua rapida e travolgente leadership si alimenta proprio di quelle aspettative deluse, delle non vittorie, di una speranza di cambiamento che non aveva trovato soddisfazione da parte di quella classe dirigente che pure l’aveva promesso ma non era riuscito a farlo vivere a casa propria e tantomeno nel paese e per il paese.
E il “non detto” mi pare stia qui; nel sentimento di una parte di quella classe dirigente e di quanti se ne sentono continuatori che, nel lamentare poca considerazione delle proprie posizioni come motivo dell’abbandono, si nasconde invece ragioni ben più corpose di distanza.
Ed è infatti già dal 9 dicembre 2013 cominciano nei confronti di Renzi e della sua linea di cambiamento distinguo logoranti, fino alla all’apice della posizione – questa sì per quanto mi riguarda dirimente – dell’organizzazione del No alla scadenza del 4 dicembre.
Una posizione opposta a quella della ispirazione bipolare e maggioritaria, scritta a caratteri cubitali nel nostro atto di nascita, come opzione per una democrazia responsabile e matura e di un ammodernamento istituzionale maturato in trent’anni di tentativi infruttuosi.
E’ non voglio ridurre questa posizione a strumentale ostracismo per ragioni di continuità di un gruppo dirigente; voglio vederci anche rappresentazione e rappresentanza di altre conservazioni, che è normale accusino fatica nel comprendere i cambiamenti necessari ed in alcuni casi vi si oppongano apertamente.
Solo così forse si possono comprendere le scelte di chi se va, e avvicinarsi il più possibile all’origine delle questioni.
Col che viene chiamata in causa l’altra faccia della medaglia e cioè che senz’altro anche il Pd di Renzi deve fare di più e meglio, nelle proposte e nelle pratiche, così che si riconosca distintamente il profilo riformatore e popolare.
Soprattutto da quella fetta grande di paese che ha pagato e sta pagando di più le conseguenze negative dell’immobilismo e della palude.
Riuscire a rendere più partecipe questa parte del paese è decisivo. Se qualcosa questi anni ci insegnano è che non basta un riformismo coerente ma calato dall’alto. O vive e si misura in ogni luogo sociale, in ogni contesto territoriale, o è destinato a campicchiare se non a cedere il passo.
E questo vale ancora più in particolare per il viterbese, che necessita, per uscire dalla marginalità economica e sociale che la crisi ha acuito, di uno slancio operativo forte, nel segno dell’innovazione e della integrazione di più progetti e soggetti che mettano a profitto le nostre risorse.
Governare l’esistente assicura forse longevità a qualche carriera politica. Ma per servire veramente alle nostre comunità va messa la politica al servizio del futuro.
Come non c’è operazione politicista, alchimia del proporzionale, ipotetiche quanto improbabili geometrie elettorali , che reggano. Se il cambiamento non si poggia su verità, idee, proposte, consenso convinto sulle cose da fare, non si va lontano.
Ci sono quindi abbastanza ragioni per avviarsi subito a una discussione congressuale aperta, diffusa, che definisca con chiarezza e nella concretezza la nostra proposta per l’Italia.
Nei prossimi due o tre mesi penso questo dobbiamo fare e voglio approfittare con un appello che è il contrario dell’abbandono. Partecipate invece; e lo dico rivolto soprattutto quanti hanno un contributo di idee e suggerimenti da proporre e proporci.
Non pensate di non poter contare. A fine mese si chiude il tesseramento – possibile anche online collegandosi al sito www.partitodemocratico.it o recandosi nei nostri circoli. Ogni presenza in più, comunque propositiva e motivata anche da critiche, serve, fa bene, aggiunge verità utili.
Perché andrà bene pure questo gran parlare di noi sui diversi media, anche se dubito che sia particolarmente comprensibile e attrattivo. Ma parlare direttamente, accalorarsi pure nel faccia a faccia, organizzarsi democraticamente, non sarà di moda e sempre accessibile, ma di meglio per incidere qualcosa nella politica, mi pare che non sia stato inventato.
Sandro Mancinelli
