Viterbo – Tre figlie violentate dal marito e dal cognato, condannata a tre anni e 5 mesi la madre. Il caso fece scalpore. Era il 2006 quando la vicenda venne a galla. In un centro della Teverina, una coppia di gemelli aveva violentato le figlie dell’uno, nipoti dell’altro, di 9, 6 e 4 anni. Nel 2014, padre e zio sono stati condannati a 12 e 8 anni.
Nel frattempo è finita sotto processo anche la madre, inizialmente indagata in concorso e poi prosciolta. A distanza di anni, la donna è stata rinviata a giudizio per non essersi presa cura come avrebbe dovuto delle figlie e non avere di conseguenza impedito che fossero vittime di violenza.
Nel tardo pomeriggio di ieri, alle 19, la condanna a tre anni e 5 mesi da parte del collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, al termine di una camera di consiglio durata tre ore. Una sentenza che ha sorpreso tutti, dal momento che lo stesso pm Fabrizio Tucci aveva chiesto l’assoluzione. Pronto a ricorrere in appello il difensore Alessandra Ortenzi: “Aspettiamo le motivazioni”. Non si sono invece costituite parte civile le presunte vittime, orami grandi. Al processo contro il padre e lo zio furono assistite dall’avvocato di parte civile Marco Valerio Mazzatosta e dalla curatrice speciale nominata dal tribunale Marina Costaggini, che preannunciarono una richiesta di risarcimento di 600mila euro. La corte condannò la coppia di presunti pedofili a una provvisionale di 80mila euro.
All’epoca dei fatti il padre delle bambine era residente nella Teverina, mentre il fratello viveva in Austria. I gemelli furono arrestati nel febbraio 2007 in seguito alle confidenze fatte dalle presunte vittime alle operatrici della casa famiglia cui erano state affidate a causa delle disagiate condizioni della famiglia. Lo zio fu fatto rientrare in Italia con la scusa che il fratello era rimasto vittima di un incidente e bloccato alla frontiera. I presunti abusi, che secondo i referti medici non sarebbero sfociati in rapporti completi, sarebbero consistiti in palpeggiamenti e altri atti a sfondo sessuale, quando, assente la madre, venivano denudate per il bagno o per il cambio d’abito. Secondo le difese, le bambine potrebbero aver confessato i presunti abusi per evitare di essere rimandate a casa dai servizi sociali.
