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Un padre preoccupato fa scattare le indagini

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Operazione Cashier's check - Gli arresti

Operazione Cashier’s check – Gli arresti

Operazione Cashier's check - Gli arresti

Operazione Cashier’s check – Gli arresti

Operazione Cashier's check - Gli arresti

Operazione Cashier’s check – Gli arresti

Operazione Cashier's check - Gli arresti

Operazione Cashier’s check – Gli arresti

Viterbo - Operazione Cashier's check

Viterbo – Operazione Cashier’s check

Operazione Cashier's check - Giuseppe Salustro

Operazione Cashier’s check – Giuseppe Salustro

Operazione Cashier's check - Marco Antonio Carriere

Operazione Cashier’s check – Marco Antonio Carriere

Viterbo – Quelle operazioni bancarie diventavano sempre più sospette. Da tempo il figlio 24enne effettuava anomali versamenti di assegni sul proprio conto corrente. Esasperato e preoccupato, il padre si rivolge così ai carabinieri. E’ gennaio 2016 e da quella denuncia parte l’operazione Cashier’s Check, che ha portato all’arresto di sei persone.

Dalle prime indagini degli uomini del comandante provinciale Giuseppe Palma, emerge che il 24enne era stato ‘assoldato’ da un viterbese per cambiare gli assegni – rubati e poi contraffatti -, versandoli sul proprio conto corrente. Da qui partono pedinamenti e servizi d’osservazione, intercettazioni telefoniche, interrogatori, accertamenti in uffici postali e istituti di credito e il sequestro di numerosi titoli.

Sei gli arrestati – quattro in carcere e due ai domiciliari – su disposizione del gip, a seguito della richiesta del pm Massimiliano Siddi. Sono i viterbesi Marco Antonio Carriere e Giuseppe Salustro, il romano Fabrizio Gargano e i napoletani Immacolata Norato, Salvatore Ricciardi e Fabio Tomolillo. L’accusa è pesantissima: associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio.

Il modus operandi di quella che il procuratore capo Paolo Auriemma ha definito “un’organizzazione criminale ben strutturata” era chiaro: gli assegni – 248, per un totale di oltre 324mila euro – venivano rubati in tutta Italia. Sottratti dai centri di smistamento postale di Milano, Bologna e Ravenna da ‘talpe’ ancora da individuare, venivano poi clonati a Napoli con il nome di una delle teste di legno al posto di quello del beneficiario. Infine venivano riscossi a Napoli, Roma e soprattutto a Viterbo.

Gli assegni rubati, tutti intorno ai mille euro per non dare troppo nell’occhio, erano per lo più rimborsi da parte di enti pubblici, come Inps o assicurazioni. I prestanome, una quindicina nella Tuscia, percepivano il 10% di quei soldi, che venivano prima versati sui propri conti correnti per poi essere prelevati in contanti. Il 25% andava invece agli intermediari, che poi consegnavano il resto ai vertici dell’organizzazione.

Il 21 gennaio 2016, a Roma, i primi arresti. Finiscono in manette in quattro, trovati in possesso di numerosi assegni circolari rubati e poi contraffatti. Poco meno di un mese dopo – il 15 febbraio, ma questa volta a Viterbo – viene portato in carcere Giuseppe Salustro, ritenuto il “referente per l’area viterbese”. Il 30enne, in una sala giochi del capoluogo, riempie di calci e pugni il volto di una prestanome, oltre a distruggerle l’auto. La sua colpa? Non aver rispettato gli accordi. La donna infatti aveva incassato l’intero l’importo degli assegni, senza corrispondere alcuna somma all’intermediario.

Nonostante queste due operazioni dei carabinieri “il collaudato sistema – spiega la procura – non cessa”. Quarantadue indagati a piede libero: 15 viterbesi, 20 di Roma e 7 di Napoli. Per i due viterbesi arrestati, questa mattina ci sarà l’interrogatori di garanzia nel carcere di Mammagialla. Davanti al gip, Marco Antonio Carriere e Giuseppe Salustro, accusato anche di detenzione di stupefacenti.


Multimedia: video: Le immagini dell’operazione e degli arresti – La conferenza stampa – Fotocronaca: Operazione Cashier’s check – Gli arrestati – slide – Operazione Cashier’s chek – La conferenza – slide


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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