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“Attento alla tua famiglia, siamo la Banda della Magliana”

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Angelo Valleriani

Angelo Valleriani

Viterbo – Processo Due Ruote: parla il grande accusatore, il titolare di una rivendita di moto sulla Cassia nord la cui denuncia ha fatto partire l’inchiesta su un presunto giro di usura radicato a Viterbo e provincia. Iniziate le indagini, i carabinieri di Montefiascone individuano in Angelo Valleriani, funzionario in pensione della Banca di Roma di Viterbo, il principale punto di riferimento di un gruppo di strozzini della zona. Arrestato nell’estate 2008, cinque anni dopo è finito a processo insieme a tre presunti complici. Devono rispondere di usura aggravata.

L’imprenditore-accusatore il 21 aprile 2007 racconta agli inquirenti come è incappato nella rete degli usurai. L’ha fatto anche ieri, davanti al tribunale di Viterbo in composizione collegiale. “Avevo bisogno di soldi – dice, rispondendo alle domande del pm Fabrizio Tucci -. La concessionaria era in grosse difficoltà economiche e così mi sono affidato a Valleriani per dei prestiti”. Era il 2004. “Ho conosciuto il bancario nell’estate di tredici anni fa perché doveva far riparare lo scooter. In officina è venuto più volte, talmente tante che alla fine si è creato un rapporto confidenziale. Si era presentato come un alto funzionario di banca, e così per uscire dalla crisi gli ho chiesto di aprire un fido bancario da 15mila euro”. 

Esaurito l’affido in pochissimo tempo, l’imprenditore si fa aiutare da Valleriani con prestiti personali. “Ha iniziato a procurarmi le cifre che mi servivano. Lì per lì ho ripreso fiato, ma ben presto mi sono ritrovato sull’orlo del fallimento: non pagavo i fornitori, prendevo i soldi dei clienti senza consegnargli i prodotti. Gli interessi sui prestiti erano altissimi: somme esorbitanti impossibili da restituire. Tra me e Valleriani non c’è mai stato un rapporto alla pari: ha sempre voluto indietro più di quanto mi prestava. 24mila, 26mila euro a fronte di 20mila euro di prestito”.

L’imprenditore stringe i denti per quasi tre anni. Fino al 2007, quando sporge denuncia. “Ho aspettato tutto questo tempo perché avevo paura. Ma poi Valleriani è venuto in concessionaria. Io non c’ero e così ha aggredito mia madre. La mia famiglia non sapeva nulla, ma lui gli disse che ero pieno di debiti e che se non l’avessi saldati avrebbe agito in malo modo. L’episodio mi ha terrorizzato e così mi sono deciso ad andare dai carabinieri”. Gli investigatori pedinano, intercettano, sequestrano documenti. Fino a ricostruire l’intero assetto del gruppo. I conti da cui prelevare il denaro per i prestiti usurai sarebbero stati intestati a Vincenzo Falcone. Gli addetti al riciclaggio degli “assegni sporchi”, con cui le vittime saldavano il conto, si identificherebbero, invece, in Amanzio Bellacanzone e Gianpaolo Bannetta. Tutti e tre imputati, insieme a Valleriani.

Una “macchina da soldi” ben oliata, secondo gli inquirenti, in grado di muoversi con destrezza. Con altri soggetti ancora che si occupavano di pressioni e minacce. “Ero in ritardo con i pagamenti e una mattina, uscito dalla banca, sono stato accerchiato da persone mandate da Valleriani. Mi hanno detto che erano gentaccia, che se non mi fossi sbrigato sarebbe finita male, che mi avrebbero spezzato le gambe. Anche Bannetta e Falcone mi hanno messo in guardia. Mi hanno fatto presente che dietro di loro c’era gente che non scherzava, la Banda della Magliana, e che avrei dovuto far attenzione alla mia famiglia perché presto ci sarebbero state ritorsioni”.

All’epoca l’imprenditore aveva 24 anni ed era titolare di una “società conosciuta in tutta Italia nel campo delle due ruote”. Oggi quella concessionaria sulla Cassia nord non c’è più. “L’ho chiusa nel 2008 – conclude -. Poi nel 2009-2010, grazie all’aiuto della prefettura, ho aperto una nuova attività. Ma senza officina né dipendenti. Vendo qualche auto, ma il fatturato è bassissimo. Sopravvivo, ma ho gli immobili all’asta e faccio i salti mortali per far mangiare mia moglie e mia figlia”.


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