Viterbo – E’ ripreso ieri il processo per usura aggravata, estorsione e tentata estorsione al bancario Antonio Pasquini e all’immobiliarista Daniele Califano, 55anni, entrambi arrestati nell’operazione “Senza tregua” del 2013. In aula un solo testimone, un collega di Califano che ha raccontato di un prestito di 30mila euro in contanti fatto dall’immobiliarista non a lui, ma a una sua cliente moldava, sposata con un maresciallo dell’esercito, come caparra per l’acquisto di tre ville. “La moldava si è poi volatilizzata coi soldi, lasciando il debito che mi sono sentito di dover saldare”. Cherchez la femme. La moldava, citata anch’essa come teste, si sarebbe nel frattempo resa irreperibile. Secondo il difensore di Califano, l’avvocato Francesco Massatani, che come il pm Fabrizio Tucci la vuole sentire, sarebbe tornata in patria e se ne conoscerebbe l’indirizzo. Per cui dovrà essere cercata.
Un’udienza lampo che prelude a un’udienza fiume, quella già fissata per il 12 aprile, in cui sarà ascoltato uno dei più grandi accusatori, l’imprenditore costretto a scappare in Romania al quale i presunti strozzini avrebbero sottratto la villa di famiglia a Procida.
Davanti ai giudici del collegio presieduto da Silvia Mattei, per estorsione in concorso, anche la moglie di Califano, Giovanna Buzi. Sono invece cinque le presunte vittime – tra quelle individuate dal pm Fabrizio Tucci – che si sono costituite parte civile. Quest’ultima avrebbe scoperchiato la pentola con la denuncia presentata in questura nel giugno 2012. Poche settimane dopo fu ripresa con Pasquini e Califano in un bar dell’Ellera, il giorno in cui veniva rinegoziato un prestito di 6mila euro inizialmente garantito da un assegno di 7.500 euro, lievitato a 9mila in settembre.
Tra le tante presunte vittime, in gran parte artigiani o commercianti le cui difficoltà economiche erano note al funzionario, ha fatto scalpore la vicenda del titolare di un negozio di calzature. L’imprenditore, costretto a rifugiarsi in Romania per sfuggire alle pressioni di Pasquini e Califano, avrebbe dovuto firmare un compromesso in cui si impegnava a cedere per 60mila euro la villa di famiglia sull’isola di Procida, a garanzia della restituzione di un prestito iniziale di 35mila euro quasi raddoppiato in pochi mesi. Intercettato nell’estate 2012, il bancario avrebbe detto di lui al presunto strozzino: “Quello che dico io fa, mò ha rotto il c…., tanto lo tengo per le palle”. La villa di Procida, stimata 400mila euro dal perito della banca, sarebbe stata poi venduta a 250mila euro.
