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Chef stalker, interrogatorio fiume

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Capodimonte - Il lago di Bolsena

Capodimonte – Il lago di Bolsena

Capodimonte – Colpi di scena a non finire al processo allo chef di Capodimonte accusato di stalking, calunnia, detenzione di stupefacenti e danneggiamento. E’ il 43enne finito ai domiciliari a capodanno 2015 per avere fatto arrestare la sua ex dai carabinieri per vendetta, infilandole della cocaina nella macchina.

Si erano lasciati a ottobre 2014. A Santo Stefano dello stesso anno gli avevano tolto i fucili da caccia e il porto d’armi. Nella primavera successiva era stato raggiunto da un decreto di allontanamento. Ieri per l’uomo, difeso da Fausto Barili e Carlo Taormina, è stato il giorno della verità. Un interrogatorio serrato durato oltre tre ore davanti al giudice Silvia Mattei, durante il quale ha potuto fornire per la prima volta la sua versione. L’imputato ha ribadito di sentirsi vittima di un complotto. 

“Mi sono state inviate in forma anonima via mail”. Così ha spiegato di essere entrato in possesso delle chat di whatsapp in cui il padre della ex e il nuovo fidanzato starebbero tramando contro di lui. Chat presentate la volta scorsa dai difensori Fausto Barili e Carlo Taormina, ma duramente contestate dall’avvocato di parte civile della vittima e dei familiari, Giovanni Labate, che ha minacciato querela per calunnia. “Ce l’aveva con me. Mi ha anche avvelenato una cucciolata dei cani da caccia che allevo. Me lo ha confessato lui”, ha detto, continuando a puntare il dito contro l’ex suocero. 

Pesantissimo nei confronti della ex. Dopo aver ammesso, “Io da lei volevo solo un chiarimento face to face”, le dato ripetutamente della cocainomane e della pusher. “Spacciava, me lo ha detto uno di cui non posso fare il nome”, un testimone misterioso, prontamente ribattezzato “Mister X” dal pm D’Arma.

Poi ha accusato un maresciallo della stazione di Bagnoregio di avere occultato delle prove: “Quando mi hanno fatto la perquisizione a casa e ho saputo chi li aveva mandati, a dicembre 2014, gli ho indicato un piattino con sopra della polvere, una cannuccia e una scheda e gli detto di sequestrarlo perché c’era il suo dna, ma lui mi ha detto che non gli interessava”. D’Arma gli ha chiesto se fosse sicuro, perché si tratta di un’accusa gravissima. Lui ha ribadito. Labate gli ha fatto notare che si erano lasciati già da due mesi: “Strano che il piattino fosse ancora lì”. 

Sarebbe stato invece sempre “Mister X” a dirgli che la 24enne si riforniva a Roma di cocaina da spacciare. Fatto sta che si è rivolto ai carabinieri e si è messo in trappola. Il giorno dell’arresto lui l’avrebbe incontrata per caso a Orvieto che imboccava l’autostrada in macchina col nuovo fidanzato: “Stavo dando un cucciolo di setter inglese a un corriere al casello quando li ho visti”.

I carabinieri avrebbero voluto fermarli insieme. Lo chef insistette perché fermassero la ex mentre era sola, sulla sua auto. D’Arma gli ha chiesto perché: “A me premeva che venisse fermata lei”. Ma quando fu avvisato che aveva solo una dose, fu lui a consigliare di passare la macchina al setaccio. Per l’accusa la droga nel vano del faro ce l’avrebbe messa lo chef, comprata pochi giorni prima a Roma, dopo avere forzato la vettura della ex. 

“Perché ha fatto questo, perché ha cercato ha cercato Mister X, perché l’ha denunciata ai carabinieri, se cercava un confronto faccia a faccia? Si voleva vendicare?”, gli ha chiesto il difensore della vittima, Giovanni Labate. “Lei la chiama vendetta – ha risposto lo chef – io la chiamo giustizia”. 


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