Civitavecchia – “La sala operatoria era pronta”. Lo ha detto ieri un’infermiera della sala parto dell’ospedale di Tarquinia, testimone della difesa alla ripresa del processo in corso a Civitavecchia per la morte della piccola Viola, la bimba di Vetralla nata sul litorale il 30 giugno 2012 e deceduta dopo sette ore di agonia.
Un colpo al cuore per i genitori. Perché se la sala operatoria era pronta, come ha confermato l’infermiera al giudice Sandro Saba, allora vuol dire che si sarebbe potuti intervenire con un cesareo al primo segnale di sofferenza fetale. Invece di estrarre la piccina con la ventosa all’ultimo momento, con il cordone ombelicale stretto attorno al collo. Imputati di omicidio colposo i due medici e le due ostetriche di turno il giorno della tragedia.
Il processo aveva subito due bruschi stop l’anno scorso, quando era ormai giunto a buon punto. Il primo per il trasferimento a Roma del giudice titolare e il secondo, lo scorso 14 settembre, quando il successore, una donna, aveva annunciato di essere incinta, rinviando addirittura di un anno a causa della prossima maternità. Uno schiaffo per i genitori della piccola Viola, che dopo la tragedia non sono riusciti ad avere altri figli. Un dolore nel dolore per la mamma, che aveva 41 anni quando ha perso la primogenita e non è più rimasta incinta.
Per i genitori indignati, allora si sono mossi i difensori della coppia, gli avvocati Claudia Polacchi e Paolo Delle Monache , presentando istanza al presidente del tribunale di Civitavecchia, Antonella Capri, perché nominasse un terzo giudice che permettesse alla giustizia di riprendere in tempi decenti il suo corso. Il processo è ripartito grazie a lei. E gli stessi avvocati degli imputati, capendo la situazione, per accorciare i tempi hanno accettato di acquisire gli atti, senza dover riascoltare tutti i testimoni, come pure sarebbe stato loro diritto.
Ieri per la prima volta è toccato alla difesa. Tre i testimoni. Oltre all’infermiera, anche un’operatrice del Bambin Gesù, intervenuta quando però la bambina era già morta, e l’ostetrica della mamma. Quest’ultima ha confermato che nonostante la donna avesse 41 anni, i controlli dicevano che era tutto a posto. Analisi in regola, ecografie lo stesso. Mamma e bimba – alla vigilia del termine della gestazione – godevano entrambe di ottima salute. Una gravidanza normale che, sulla carta, si avviava a concludersi con un parto naturale. Con le dovute cautele, essendo la futura mamma una primipara 41enne. Non a caso la sala operatoria era pronta, qualora fossero intervenuti problemi da rendere consigliabile un cesareo. Secondo l’accusa le sofferenze fetali dovevano essere il segnale.
A giugno sarà la volta dei consulenti tecnici delle parti.
