Viterbo – Legatissimo a Viterbo e a santa Rosa, la casa a pochi passi dalla basilica, il sogno di una scuola di cinema e teatro con la riapertura dell’Unione, la scelta di trasferirsi a vivere in città. Dalle parole della moglie Simona Tartaglia, il ricordo di Giorgio Capitani, grande uomo e professionista. Il regista, “papà” del Maresciallo Rocca, è morto ieri all’età di 89 anni a Belcolle
Qual era il rapporto di suo marito con Viterbo?
“Era molto legato a Viterbo – ricorda Simona Tartaglia – era stato nominato cittadino onorario, nonché ambasciatore del Sodalizio dei Facchini di santa Rosa. Un grande onore per lui, riconoscimento riservato a pochi. E adesso era diventato cittadino a tutti gli effetti. Da un anno e qualche mese ci eravamo stabilmente trasferiti qui. Amava molto Viterbo, tanto da decidere di venirci a vivere”.
Cosa amava in particolare di Viterbo?
“Adorava Viterbo per la gente, i viterbesi veramente meravigliosi. Abbiamo molti amici. E perché è la città dove ha girato i suoi lavori più belli, su papa Giovanni, papa Luciani, Mattei. Tutti. Praticamente, come poteva, trovava sempre il modo di girare almeno qualche scena a Viterbo”.
E ovviamente la fortunatissima serie televisiva del Maresciallo Rocca…
“Certo. Il set di Rocca era proprio la città, ma qualunque film stesse realizzando, trovava sempre il modo di utilizzare la città per alcune riprese. Era una parte del suo cuore”.
Com’è stato per suo marito trasferirsi a Viterbo?
“Siamo venuti da Roma senza nessun rimpianto. Era felicissimo di vivere a Viterbo. E io sono contenta che abbia finito la sua vita nella città che amava tanto. Era nato in Francia, poi aveva vissuto a Roma, ma qui si sentiva molto a casa”.
Sentiva d’essere ricambiato in questo sentimento d’affetto?
“Sì molto, molto ricambiato. Anche in queste ore, gli amici ce ne stanno dando una grande dimostrazione”.
Era molto legato anche a santa Rosa e alla sua tradizione, giusto?
“Sì. Non è un caso se noi viviamo vicino alla basilica di santa Rosa. Per vedere l’ultimo tratto del trasporto della Macchina, in salita, ogni anno abbiamo il terrazzo pieno, una quarantina di persone da almeno dieci anni”.
Capitani aveva qualche progetto in mente per Viterbo?
“Avrebbe dovuto lavorare alla direzione artistica del teatro Unione. Purtroppo la cosa poi si è interrotta per ovvi motivi di salute. Il teatro sta per essere completato e io sto cercando di portare avanti il suo lavoro, in modo da poter in un certo senso farlo vivere, farlo essere presente al teatro”.
In che modo?
“L’Unione era un suo grande sogno. Con una scuola di teatro e cinema annessa al teatro, per riportarlo al suo brillante passato. Non so se ci riuscirò, ma mi darò da fare”.
Suo marito immaginava d’impegnarsi in prima persona nella scuola, trasferendo agli studenti le sue conoscenze?
“Gli piaceva molto l’idea di aprire la scuola e insegnare. Io per 35 anni ho lavorato con lui, ho appreso tutto quello che potevo e cercherò di far vivere la sua memoria qui a Viterbo”.
Cosa pensa che lasci suo Giorgio Capitani alla cultura italiana?
“Lascia una serietà professionale e un insegnamento: non si può lavorare a compartimenti stagni, ma che al contrario, un artista debba raccontare per immagini e per parole. Lui ha scritto due libri che sono usciti, editi dalla Curcio, in questi ultimi due anni, più sei anni fa con Baldini e Castoldi aveva pubblicato un romanzo.
Appare molto chiara la sua idea di come uno che faccia cinema, spettacolo non possa essere solo regista, ma anche montatore, sceneggiatore, avendo una conoscenza della materia completa. Non puoi essere regista, se non sai montare la pellicola o se non sai scrivere. Altrimenti diventi un esecutore. Alla cultura lui lascia questo insegnamento. Non si deve essere settoriali, limitati, ma vivere nella completezza quello che si fa, quello che si ama”.
Giuseppe Ferlicca
I funerali del regista Giorgio Capitani si terranno domani, lunedì 27 marzo, alle 10 alla basilica di Santa Rosa.



