Viterbo – A tre anni dal blitz dei carabinieri si è chiuso il processo Mamuthones. Con un’assoluzione.
Per il giudice Silvia Mattei “non sussiste” il reato di detenzione illegale di una pistola di cui era accusato Gian Mauro Contena, uno dei tredici arrestati dell’operazione Mamuthones.
Contena come l’altro allevatore sardo Gavino Goddi (assolto a settembre dall’accusa di tentata estorsione e danneggiamento da incendio di un fienile), furono gli unici a non aver scelto la via del rito abbreviato o del patteggiamento. Per gli altri arrestati, il capitolo Mamuthones è chiuso da tempo, con condanne fino a otto anni. Ad alcuni indagati la procura contestava anche l’associazione a delinquere.
L’inchiesta, culminata nel blitz del 3 novembre 2014 tra Ronciglione e dintorni, nasce da una serie di episodi apparentemente scollegati. In realtà dietro la valanga di furti notturni in campagna da decine di migliaia di euro a notte, i carabinieri di Ronciglione scoprono sempre le stesse persone e una lunga serie di crimini contestati a vario titolo.
Dalla rapina a una 60enne legata, imbavagliata e presa a pugni nella sua casa a Sutri, allo stalking su una coppia di anziani. Dagli incendi alle vendette contro i membri della banda accusati di fare la spia ai carabinieri: la lingua di animale morto, appesa al cancello di casa e il piano per esplodere colpi d’arma da fuoco contro le auto dei “traditori”. Vendette che il gip ha definito di “indole mafiosa” nella sua corposa ordinanza d’arresto.
Quella di Contena era tra le posizioni più marginali della voluminosa inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Fabrizio Tucci. L’allevatore sardo, 47 anni, doveva rispondere solo della presunta detenzione illegale di una pistola calibro 17. “Non ho mai posseduto un’arma”, si è difeso Contena prima della sentenza. Il pm ha chiesto due mesi di carcere. Il giudice l’ha invece assolto. Perché “il fatto non sussiste”.

