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“Fucilate e incendi non erano minacce, né intimidazioni”

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

Viterbo – Operazione Toro loco, ieri sono stati sentiti i primi testimoni. A distanza di ben otto anni dal blitz che portò all’arresto per associazione per delinquere dei fratelli Salvatore, Gavino, Giovanni e Giuseppe Medde allargandosi a una trentina di indagati, tra cui alcuni buttafuori, presunti appartenenti a un unico sodalizio criminale. Attraverso il difensore Marco Russo, i quattro fratelli sardi hanno fatto sapere ieri di essere pronti a farsi interrogare.

Ci vorrà tempo. Anche se il tempo è poco. Nel giro di qualche mese, le prescrizioni   ridurranno di due terzi il numero dei capi d’imputazione, da 35 a 11. Ventiquattro gli imputati, destinati a scendere di una decina entro luglio. Due le parti civili.

Anche i testimoni falcidiati dalle prescrizioni. Dei sei testi convocati per la prima udienza, ne sono stati ascoltati soltanto due. Gli altri avrebbero dovuto riferire di reati già estinti per prescrizione. Uno avrebbe dovuto parlare del presunto incendio doloso di un Doblò nell’agosto del 2008.

Ha invece negato di essere stato vittima di un tentativo di estorsione uno dei due soci di una casa di cura di Nepi, cui i Medde avrebbero sparato fucilate sull’insegna e dato fuoco a un cassonetto dei rifiuti dopo il licenziamento di una dipendente. Era la compagna del controverso supertestimone che con le sue dichiarazioni ha dato il via all’inchiesta.

“E’ stato un licenziamento senza problemi, nessuna vertenza, non risultano contestazioni, né pressioni o minacce”. Interrogato dal pm Massimiliano Siddi sui presunti atti intimidatori, il teste ha sdrammatizzato: “I piccoli buchi sull’insegna pensavamo fossero stati fatti dai fucili ad aria compressa con cui giocano i ragazzini e che nel portarifiuti fosse rimasta una cicca di sigaretta accesa”.

Parti civili due giovani che nel lontano 2009 furono riempiti di botte. Uno riportando lesioni per oltre 40 giorni di prognosi, l’indebolimento perpetuo della vista e uno sfregio permanente sul volto.


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