Viterbo – Non credo che Filippo Rossi abbia bisogno del sostegno del sottoscritto e in realtà non intendo neppure accodarmi tout court alla sua filippica (eh, già…) sul turismo viterbese.
Certo è che quando si vanno a toccare i pilastri dell’immaginario collettivo il rischio di passare per un iconoclasta è molto alto e fa storcere la bocca a chi è affezionato a certi dogmi.
Il dogma degli etruschi è di quelli intoccabili. D’altronde, sugli etruschi la Toscana ci campa allegramente da almeno due secoli tanto da riuscire a farsi incoronare – a torto – la ”culla” della civiltà etrusca.
Ma il punto è proprio questo: che te ne fai degli etruschi se non riesci a farli cosa tua, se il vicino di casa te li apparecchia più e meglio? Etruschi a Viterbo?
Ok, ma allora subito un percorso attrezzato (si certo, anche con i bagni…) e valorizzato in modo permanente dal Museo Civico fino a Norchia passando per Castel d’Asso: pista ciclabile, pista a cavallo, stazioni di fermata, assistenza e vigilanza continua, wi fi e realtà aumentata sul posto, dodici mesi su dodici. Ma, soprattutto, farlo conoscere ovunque, realizzarvi eventi internazionali.
Perché il turista moderno non è monotematico: cerca il monumento, ma vuole anche assaggiare il buono, godere di uno spettacolo, partecipare ad una mitologia, rabbrividire in una esperienza full immersion.
Rossi ha torto quando dice che il Colosseo non lo visita nessuno, che semmai se lo guardano su internet. I turisti lì arrivano a frotte, ma non vengono ad ammirare il pezzo; qualcuno si immagina accanto ai cristiani divorati dalle belve, i più si sentono a fianco di Massimo Decimo Meridio-Russell Crowe a combattere con i gladiatori. E’ l’immaginazione che crea il desiderio, muove la curiosità, costruisce l’emozione.
Rossi ha ragione quando dice che bisogna andare oltre, volare alto. O Viterbo resta la meta agognata di quattro turisti mordi e fuggi dei dintorni e al massimo di qualche comitiva di pensionati intimoriti dalle megalopoli, o si dà una veste globale.
Non deve prendere gli scarti di Roma, ma giocare una partita tutta sua offrendo qualcosa di nuovo, di diverso e di irripetibile. Hai voglia a cercare il gemellaggio con Avignone sulla base dei papi, quella è una città che offre un festival internazionale ad un pubblico globale, che frequenta altri salotti culturali, che compete con Parigi egli sottrae turisti.
Qualcuno dirà: e la Macchina di Santa Rosa? Ottima occasione. Perduta.
Perché il contorno dovrebbe essere composto da “eventi”, non da una porchettata e da un torneo di calcetto; anzi, non dovrebbe essere neppure un contorno, una cornice, ma una parte del quadro.
La chiave, insomma, è affrontare lo sviluppo turistico-culturale con una mentalità glocale. Cioè offrendo un prodotto specificamente locale ad un pubblico globale; e viceversa, attribuendo una logica e una caratura globale alle risorse locali. Occorre comprendere che i competitor di Viterbo non sono più Orvieto, Tivoli, Siena o Pistoia, e neppure Roma; i competitor sono globali.
Ormai il mondo presenta una tale compressione spazio-temporale, come dice Anthony Giddens, che nella corsa al successo i tuoi avversari sono città del Giappone o della Finlandia.
I problemi allora sono due. Il primo è di mentalità; camminare non basta se gli altri corrono ed è necessario giocare una partita d’attacco, con un atteggiamento visionario, creativo, innovativo.
Ad esempio, aver sprecato l’occasione del concorso a capitale italiana della cultura con il tentativo di valorizzare un distretto turistico interregionale quando il bando parlava di cultura dell’inclusione sociale e della sostenibilità, è stato un madornale errore di prospettiva, dovuto proprio allo stato di inconscia soggezione nei confronti della sapienza turistica di Umbria e Toscana, quasi accontentandosi dei residui del loro turismo, come ci accontentiamo dei residui del turismo romano.
Il secondo riguarda le risorse. Purtroppo ha ragione Rossi: il bilancio comunale o tappa le buche o investe in cultura, e non è detto che le due cose si escludano a vicenda. Ma c’è di più: viviamo in una regione romanocentrica che non ci favorisce, in cui abbiamo scarsissima udienza, e che tuttavia è il terminale e il tramite di quasi ogni forma di finanziamento nazionale o europeo.
L’alternativa? Cercare una partnership privata, di grandi dimensioni. Ma è proprio qui che diventa necessario il cambio di mentalità: se c’è diffidenza nei confronti del privato, della multinazionale, non se ne fa nulla; e d’altronde se il progetto non è di respiro globale, il privato, la multinazionale non si muove.
Ammiro quegli amministratori viterbesi che intravedono il sublime e tentano di progredire, pur tra mille ostacoli; la progressiva valorizzazione della Valle di Faul, la riforma del Poggino possono essere segnali positivi tra tante contraddizioni e tanti passi falsi, ma non sono sufficienti se restano interventi puntiformi senza una strategia complessiva di respiro più ampio.
E ammiro quei rari imprenditori che pur rischiando percorrono la strada impervia del sogno e dell’utopia creatrice, che è la molla del cambiamento, e magari falliscono perché attorno a loro c’è l’indifferenza del deserto.
Insomma, se vuoi giocare in serie A e magari la Champion, ti devi attrezzare – società, sponsor, stadio, squadra, mister – sennò accontentati dell’interregionale e non parliamone più.
Allora, una domanda si impone. Ma veramente a Viterbo c’è qualcuno che vuole svoltare? Non sarà che la maggior parte dei viterbesi preferisce queta non movere, evitare la fatica di immaginare e di creare, sopravvivere di piccolo cabotaggio economico e amministrativo, di routine giornaliera ufficio-internet-supermercato, per poi spegnersi lentamente, inconsapevolmente, in una sorta di auto-eutanasia?
Francesco Mattioli
