Viterbo – La prima guerra mondiale è stato uno dei conflitti più sanguinosi dell’umanità con oltre 9 milioni di persone morte sui campi di battaglia.
Tra queste, nei quattro anni e tre mesi di ostilità, persero la vita circa 650mila italiani.
A distanza di un secolo questo mio modesto lavoro per tutti quei ragazzi che pagarono un grande tributo di sangue, di sofferenza, e di sacrifici.
Un atto dovuto alla memoria del soldato viterbese Agostino Ragonesi morto nel 1916, fratello della mia nonna paterna, e alla memoria di tutti gli altri soldati, quasi tutti ventenni, morti durante i combattimenti.
Il 27 giugno del 1916 alle 16, nell’Ospedale di Campo 0126 situato in Villa di Molvena, in provincia di Vicenza, mancava ai vivi, tra i tanti, all’età di vent’anni, il soldato viterbese Agostino Ragonesi, celibe, del 213esimo Reggimento Fanteria nona compagnia morto in seguito ad “anemia acuta per ferita riportata” nella “Battaglia degli altipiani” contro l’esercito austro-ungarico che aveva scatenato la controffensiva denominata “Strafexpedition”.
Purtroppo il 213esimo Reggimento Fanteria, del quale faceva parte il soldato Agostino, il 26 e il 27 giugno 1916, in località Campo Rovere, a poca distanza da Roana e Asiago, rimane vittima di una violentissima reazione nemica. Soltanto in quei giorni l’esercito italiano contò la perdita di oltre 1300 uomini compresi i dispersi.
Molto interessanti a questo proposito le testimonianze dirette del soldato Orlando Tosi, pubblicate tempo fa su espresso.repubblica.it, e inserite nei diari reggimentali, dove si racconta dei morti, dei combattimenti, dei feriti, dei prigionieri, della vita in trincea a Campo Rovere quel 27 giugno del 1916.
“… l’acqua impetuosa che scorreva dalla terra e dal cielo veniva dentro le nostre tende che era una disperazione. Il nemico che già ci aveva veduto che eravamo lì dentro, stava pronto alle nostre mosse sentimmo il nostro capitano che con tutta l’acqua che veniva sempre più densa, gridare “Avanti soldati, affardellate i vostri zaini e in tempo di cinque minuti tutto deve essere pronto.” Cosa era? Era l’ordine di partenza per fare l’avanzata. Era la sera, prima che calasse il sole del 26 Giugno del 1916 Il nemico che subito ci scorse incominciò a farci sentire qualche colpo di cannone che veniva a cadere proprio sulla nostra direzione tutti infreddoliti bisognava tribolare sempre accompagnati dal cannone ma che non ci poteva cogliere, si arrivò proprio alla città di Asiago. Giunti alla città ci mettemmo a riparo dietro le case e lì si posò lo zaino a terra. Chi vedeva la città in quello stato vedeva un disastro. Si scorgevano dei bei palazzi e case abbruciate, affumicate, devastate; le botteghe svaligiate, mucchi di barattoli, di bottiglie di liquori rotte, banchi spezzati e bruciati; nella città non vi era anima viva, nemmeno un gatto o un cane si vedeva; sembrava di stare in un cimitero e bisognava vedere che tristezza vi si provava e che impressione si aveva vedendo tutta quella infamità e barbarità austriaca, che gli Austriaci sono sempre stati vigliacchi e disumani e sempre lo saranno. Lasciando anche la città di Asiago ci incamminammo di nuovo e l’acqua ancora non cessava; si arrivò in un paesetto avanti un sette chilometri da Asiago chiamato Campo Rovere. Prima di entrare in paese, venne un ordine di fare attenzione che in certi punti del paese era minato. il nemico che già provvisto ci attendeva al laccio proprio in quel punto che noi dovevamo traversare. Giunti lì già si sentiva il denso fuoco di fucileria e che noi vi riparavamo dietro la sponda della strada. Ora questo vallone era un punto molto pericoloso per noi perché si doveva passare di corsa fra i fischi delle pallottole. Infatti ci facevano passare tre o quattro per volta e man mano che passavamo qualcuno ne cadeva ferito o morto. Ora però bisogna dire che quel giorno si trattava di un tradimento ufficiale dei nostri, perché ci facevano avanzare di giorno che il nemico vedeva tutta la strada e la direzione che si prendeva. i nostri piedi pesanti come il piombo che non avevamo nemmeno la forza di alzarli perché i vestiti si erano appiccicati nella carne; ogni tanto si inciampava e si cadeva. Quando eravamo alla metà del monte, incominciava il nemico a gettarci razzi luminosi, che risplendeva tutto il grosso monte come se fosse giorno. Appena che venivano questi raggi, noi già eravamo avvisati di buttarci a terra e non muoverci fino a che non si sentiva un piccolo fischio del nostro comandante. Ad un certo punto non si vide nessun comando; gli ufficiali superiori si erano allontanati e chi nascosti e noi eravamo lì abbandonati come un branco di pecore senza pastore, senza sapere dove si andasse e a che fare. Veniva il razzo luminoso e noi a terra, poi alzati di nuovo e dalla stanchezza certi rimanevano a terra sopra il freddo ghiaccio, intirizziti tra il sonno e il delirio che bisognava prenderli a pedate per farli svegliare e alzare. Andammo sempre colla testa nel sacco avanti fino alla cima del monte. Siccome i nostri ufficiali (che gli Austriaci dicevano: L’Italiani sono: Soldati di ferro e Ufficiali di merda) non se ne sentiva più uno e noi domandavamo ai nostri graduati su dove si andava ancora, e loro rispondevano che andavamo al macello. Ad un certo punto senza che nessuno si accorgesse si udì un gran fracasso di fucileria e mitragliatrici che vedemmo le fiamme dei fucili circa a quattro cinque metri da noi. Noi tutto ad in tratto ci si buttò a terra, io non feci quasi in tempo a cadere a terra che già sentivo grida da ogni parte dei feriti. Qui non si può esprimere quale disastro umano si ebbe. I colpi di fucili e mitragliatrici venivano addosso a noi fischiando come manciate di rena, come un grosso uragano di pioggia fitta, dove le orecchie ci fischiavano, e la terra lampeggiava dal colpo del proiettile che sbatteva nelle piccole e grosse pietre. Gridi disperati di soccorso da tutte le parti dei feriti, chi chiamava la mamma, chi la fidanzata, chi il caporale e chi il paesano per il trasporto alla medicazione, ma che vuoi i proiettili venivano troppo fitti che se uno alzava la mano gliela faceva in due o tre parti, sicché dovevano morire per forza da qualche altro proiettile appresso. Dopo un due o tre ore di fuoco, i nostri quattro reggimenti erano quasi completamente distrutti, quei pochi che si rimase sparavano, ma vedendo che quella era una avanzata sbagliata, vedendo la perdita dei nostri compagni si perse anche il coraggio. Addietro non si poteva andare, perché chi andava addietro, vi erano dei carabinieri che sparavano, sicché si doveva morire sul campo. Quei feriti non si poteva soccorrerli perché il fuoco era denso e indiavolato che ognuno stava al suo posto per salvare la sua pelle. Eravamo rimasti pochissimi e incominciava a farsi l’alba ed il fuoco non cessava mai. I proiettili delle mitragliatrici e delle fucilerie ci fischiavano fra le gambe, sulla testa che noi mentre si correva e si esclamava “Ecco, ecco, tocca a noi”, ero rimasto solo a correre. I nemici quando ero in vetta al monte tra l’orizzonte del cielo mi videro e tutti spararono addosso a me. Figuratevi i proiettili come mi passavano vicini, che me li sentivo perfino fra le gambe e sulle orecchie, che posso dire sicuro sia stato un miracolo di qualche santo che non fui morto. L’aria era densa dagli scoppi di stoppani che buttavano fumo rossastro con fischi di scheggia che qualche scheggia più grossa si vedeva brillare per l’aria. Il continuo fracasso dei cannoni che sbattendo sul terreno, non avevano lassato un metro di terra libera, che il terreno sembrava lavorato come se fosse vangato. Quei pochi feriti e quelli che si erano messi in salvo dietro qualche pietra furono travolti e stritolati dai colpi di cannoni. Si sentiva per l’aria puzza di sangue umano, e di tanto in tanto si vedeva saltare in aria dalli scoppi dei proiettili di grosso calibro pezzi di corpi umani, che il loro sangue cadeva su noi come la pioggia imbrattandoci il nostro corpo. nella pianura di Asiago regnava un silenzio, una calma; nessun rinforzo per prendere le nostre difese; ove noi tutti avevano un solo pensiero, che quel giorno si trattava di un tradimento dei nostri personaggi, perché ci avevano fatto avanzare fino a sotto le trincee nemiche di giorno, che non si sapeva nemmeno dove si andava, così il nemico ci aveva veduto fino sotto le sue trincee, e per tanti motivi che non voglio descrivere…”
Anche Agostino, come tanti altri, ha vissuto questi drammatici momenti e avrà invocato anche lui sua madre o suo padre, o la sorella Assunta. Agostino era nato a Viterbo il 10 aprile 1896 alle ore dodici e trenta, nella sua casa posta in Via della Pettinara al numero uno, figlio di Domenico Ragonesi contadino e di Cristina Forieri.
Sul Corriere d’Italia di Roma del 22 luglio 1916 la notizia della sua tragica morte: “Il 27 giugno, in uno degli ultimi gloriosi attacchi controffensivi che hanno ridato alla nostra diletta Italia la quasi totalità del territorio italiano, momentaneamente profanato dal nemico, cadeva mortalmente ferito al petto un altro prode figlio della nostra gloriosa Viterbo, il soldato di fanteria Ragonesi Agostino di Domenico della classe del 1896.
Trasportato sollecitamente al prossimo spedaletto da campo, a nulla valsero le cure affettuose, diremmo quasi paterne, che gli furono prodigate e il 1° luglio corrente questa data è sbagliata perché in realtà Agostino è deceduto il 27 giugno, amorosamente assistito e confortato dal proprio cappellano, rese la sua anima eletta a Dio, dichiarandosi orgoglioso di aver adempito tutto il suo dovere verso la Patria e raccomandando ai suoi genitori la rassegnazione cristiana.
Venendo dall’Albania dove era distaccato, quasi presentisse l’imminenza del sacrificio della sua giovane vita, scrisse un biglietto, da recapitarsi dopo la sua morte al padre, in cui manifestava il proprio consenso di lasciar quella terra, dove non poteva misurarsi col nemico, e di venire a difendere il sacro suolo d’Italia sul quale si diceva maggiormente lieto di morire.
Ai desolati parenti sia di conforto il pensiero che il loro adorato Agostino con la sua morte da prode è passato ad una vita infinitamente migliore, dove godrà in eterno il premio della sua eletta virtù, fra le quali l’obbedienza eroica alle leggi della Patria”.
Dopo un rapido impiego in Albania, dunque, il soldato Agostino Ragonesi, che faceva parte del 213esimo Reggimento di Fanteria, ai primi di giugno del 1916, insieme ai suoi compagni, fu rimpatriato ed inviato nella zona di Castelfranco Veneto, sulle pendici di Cima Ekar e Monte Sprunch, con compiti di difesa, in vista della controffensiva sull’Altipiano dei Sette Comuni.
Agostino, dopo il trasferimento dall’Albania, aveva la speranza di rientrare nella sua amata Viterbo, nella sua casa che purtroppo non non ha mai più potuto vedere.
Dello stesso 213esimo Reggimento di Fanteria ne facevano parte anche i soldati viterbesi, commilitoni di Agostino, Ettore Cuccodoro di Girolamo classe 1895 morto il 27 giugno 1916 sul Monte Rasta, Adamo Fazi di Modesto classe 1892 morto il 28 giugno 1916 nell’ospedale da campo austriaco n. 11/3, Eugenio Fiorucci di Agostino classe 1892 morto il 26 giugno 1916 a Campo Rovere, Guido Grazini di Francesco classe 1896 morto il 27 giugno 1916 sul Monte Rasta, Zeffirino Pianura di Costantino classe 1896 morto il 27 giugno 1916 sul Monte Rasta, Arcangelo Ricci di Annunziato classe 1896 morto il 27 giugno 1916 a Campo Rovere. Altri viterbesi, tra i tanti, sempre facenti parte del 213° Reggimento di Fanteria morirono successivamente: Zeffirino Bernabucci classe 1898 morto il 23 gennaio 1918 a seguito malattia all’interno di un campo si prigionia, Giuseppe Frezza di Lucio classe 1896 morto per malattia il 21 novembre 1917 all’interno di un campo di prigionia, Luigi Sdinami di Domenico classe 1898 morto a Monte San Gabriele il 2 settembre 1917 per le ferite riportate in combattimento, Manfredi Ricci classe 1898, aspirante ufficiale morto il 7 settembre 1917 e disperso in combattimento a Monte San Gabriele.
Questa ricostruzione è stata possibile grazie al lavoro svolto precedentemente dal Mistero per i Beni Culturali e Ambientali, dall’Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, dall’Archivio di Stato di Viterbo e dall’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Comitato di Viterbo.
Silvio Cappelli






