Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo la mail scritta da Daniela De Bartolo e indirizzata alla direttrice sanitaria della Asl di Viterbo sul calvario attraversato a Belcolle dal fratello morto per un linfoma – Gentilissima direttrice Daniela Donetti, mi chiamo Daniela De Bartolo, purtroppo non la conosco personalmente ma sono qui a scriverle una lettera aperta con il cuore in mano perché le voglio raccontare la disavventura che mio fratello ha vissuto per 8 mesi… spero mi dedicherà un po’ del suo preziosissimo tempo.
Mio fratello era un paziente ematologico e in quelle due stanze che ci sono nel reparto di oncologia di Viterbo ci ha passato veramente tanto tempo, ovviamente quando il posto c’era.
In condizioni di dolore atroce ha dovuto subire pronto soccorsi in cui veniva “parcheggiato”, spesso in neutropenia, in ambienti non adatti alle sue condizioni, tanto che lui stesso tra un grido di dolore ed un altro, invitava gli infermieri a sistemarlo in un posto dove potesse stare da solo e ad indossare la mascherina a chiunque gli si avvicinasse. Quando finalmente le analisi erano pronte e doveva essere trasferito in ematologia iniziava il vero problema… il posto letto.
5 posti letto per dei pazienti che non possono stare in ambienti qualsiasi… non crede siano pochi? Lo sono, glielo confermo.
Mio fratello in assenza del posto letto è stato “appoggiato” in qualsiasi reparto, una volta anche in ortopedia! E da lì è iniziata la sua paura dell’ospedale.
Aveva bisogno di medicine che in un reparto come quello di ortopedia non ci sono e i medici dovevano necessariamente sentire gli ematologi per qualsiasi somministrazione e così per le attese burocratiche (e pratiche di trasporto dei farmaci) mio fratello rimaneva per ore solo con i suoi dolori che nessuno poteva capire.
Per fortuna però gli ematologi trovavano spesso il modo di avvicinarlo, anche solo facendolo ricoverare nel reparto di malattie infettive, che come sa è molto più vicino rispetto ai reparti del corpo principale del Belcolle i quali sono collegati da un tunnel interno.
Il tunnel… quante urla per quelle buche che lo facevano sussultare sulla barella durante i trasporti dal “reparto” di ematologia al pronto soccorso per fare le Tac di urgenza.
Ne avrà fatte almeno 10. Ma per fortuna la Tac la poteva fare a Viterbo. Invece per la Pet il discorso è diverso. Ci siamo fatti tre bei viaggi a Foligno con i nostri mezzi per fare un controllo che un malato oncoematologico dovrebbe poter fare nell’ospedale in cui è in cura. Ma se a Viterbo non c’è il reparto di ematologia, come può esserci una Pet?
Mio fratello ora non c’è più, il suo linfoma è stato troppo forte e lui non ce l’ha fatta, ma ciò che ha dovuto subire, al di là della sua malattia, è stato un calvario che ha aggravato i suoi stati d’animo già alterati dalla malattia stessa.
Il suo nascondere i dolori che aveva quando raramente era a casa, sono sicura che non era solo un gesto di enorme protezione nei nostri confronti, ma anche una seria paura mista ad ansia ed agitazione al sol pensiero di dover essere ricoverato d’urgenza (ansia del posto letto) dovendo passare per forza dal pronto soccorso (ansia per i contagi in neutropenia).
Le mando una foto di mio fratello sperando che le faccia piacere conoscerlo, Luca era giovane e bellissimo, ma se ne è andato con la speranza di guarire.
Il volto che vede però potrebbe essere il viso del prossimo ragazzo che si troverà ad affrontare le stesse difficoltà (al di fuori della malattia) che ha affrontato lui, con la speranza però che le cose cambino e che il sorriso possa essere sempre presente nei pazienti e nei familiari che li accompagnano.
Daniela De Bartolo
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