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Viterbo – Proprio oggi sono passati 50 anni da quando è cambiata la storia della macchina di Santa Rosa.
Mi sembra ieri, erano anni stupendi gli anni ’60. Si veniva dal boom economico, grandi cambiamenti investivano l’Italia, grandi scoperte e invenzioni, era tutto un fermento.
Mio padre si dilettava nella scultura e nella fusione del bronzo già da tempo e mi trasmetteva questa passione artistica di giorno in giorno.
Arrivò il mitico 1967, e quindi il giorno per presentare i modelli per la nuova macchina di Santa Rosa. Erano già due anni che ci lavoravamo, lui ebbe un’idea meravigliosa e io al suo fianco lo aiutavo a svilupparla, venne un bozzetto fantastico, un’opera mai vista prima.
Come spesso accade anche l’arte è influenzata dal periodo storico in cui viene ideata e la macchina di Santa Rosa non poteva esimersi da questa “regola”. Eravamo artefici e partecipi di un cambiamento storico in atto che a distanza di 50 anni ancora se ne percepiscono le conseguenze.
La storia di come andò quel primo trasporto ormai la sappiamo tutti o almeno in tanti. Come spesso accade a tutte le rivoluzioni, i primi momenti sono sempre i più difficili da affrontare.
Ci trovammo in quei pochi mesi tra maggio ed agosto a dover costruire con i nostri umili mezzi un qualcosa che fu definita da un membro della commissione, l’artigiano viterbese Enrico Viventi: “Un’opera che avrebbe messo in difficoltà anche Michelangelo”.
Dovemmo affrontare grosse difficoltà. Alcuni Cavalieri erano poco abili al trasporto, ma soprattutto poco affidabili e fedeli alla tradizione, alcuni infatti fuggirono da sotto la Macchina durante il trasporto.
Fronteggiammo notevoli difficoltà costruttive, visti i mezzi degli anni ’60 per realizzare una costruzione che impegnerebbe anche i mezzi moderni, e tante altre difficoltà ambientali; molti non credevano in noi, mio padre un semplice operaio del gas ed io un ragazzo di 17 anni che mostrava delle doti artistiche in erba.
Invece ci contornammo di buoni elementi: artigiani, artisti e tante brave persone viterbesi e viareggine. Ricordo con piacere Fabio Malfatti, che mi insegnò l’arte della cartapesta, che mi fu molto utile per modellare e restaurare gli Angeli e tutta la Macchina negli anni a seguire.
Il 1967 sarà sempre ricordato come un anno funesto per la Macchina, ma fu un grande stimolo per me e la mia famiglia e per tutti i nuovi Facchini. Dalle ceneri risorse la nostra Macchina, con una forza di volontà ed un amore per la santa che da tanto tempo non si vedeva a Viterbo.
Fummo protagonisti di ben 12 trasporti, battendo ogni record. Ponemmo le basi per il futuro che sarebbe il nostro presente, modificammo tutta l’organizzazione del trasporto, dalla disposizione dei facchini, all’abbigliamento delle guide, ai comandi da impartire, ma soprattutto nella scelta dei facchini più abili, istituendo la prova della cassetta che attualmente viene regolarmente svolta ogni anno prima del trasporto.
Insomma come negli anni ’60 mutò la storia del mondo, specialmente in Italia, cambiò anche la storia della macchina di Santa Rosa, con l’amore, l’amicizia e la collaborazione che io e mio padre riuscimmo a instaurare con i facchini e tutti coloro che hanno contribuito a far vivere un sogno tutto viterbese.
Luigi Zucchi
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