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Fallimento record da 60 milioni di euro, processo al via

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Viterbo - Tribunale

Viterbo – Tribunale

 

Il pm Fabrizio Tucci

Il pm Fabrizio Tucci

 

L'avvocato Marco Russo

L’avvocato Marco Russo

Viterbo – Crac Seal, cronaca di un fallimento annunciato. Tra miliardi di vecchie lire spesi come fossero bruscolini, una parentopoli di assunzioni e promozioni lampo da quadri super a funzionari ai vertici della società fallita nel 2005 e che fino al 2003 aveva avuto la concessione della riscossione dei tributi in provincia di Viterbo. 

Chi si ricorda delle migliaia di cartelle pazze inviate anni e anni fa ad altrettanti presunti morosi contribuenti? Erano i tempi del conclamato fallimento della Seal spa, la Società Esattoriale Alto Lazio, azienda privata che riscuoteva i tributi in tutta la provincia.Le indagini della finanza sono partite nel 2005.

Ebbene, alla distanza record di ben 12 anni da quel crac, si è aperto ieri il processo ai sei membri dell’ex consiglio d’amministrazione, rinviati a giudizio solo nel gennaio 2016, con l’accusa di bancarotta per distrazione. L’ex presidente e legale rappresentante, Vincenzo Pieretti, nel frattempo è deceduto. A processo restano Lorenzo Gasperini, Luciano Meassi, Angelo Mascagna, Maria Grazia Innocenzi Baldinelli e Maria Immacolata Venanzi. 

Al centro dell’intricata vicenda una delle più gravi bancarotte che la Tuscia ricordi, con un passivo fallimentare di oltre 60 milioni di euro. Tra il 1999 e il 2003, secondo la corte dei conti, la Seal avrebbe disatteso i suoi obblighi di rendicontazione e di riversamento delle somme incassate, creando un mancato introito di ben 33 milioni di euro. 

Nel frattempo, nonostante i tempi biblici trascorsi, si è costituito parte civile per la curatela del fallimento, tramite l’avvocato Marco Russo, il commercialista Massimo Cinesi, deciso a vedersi riconoscere i danni. E proprio Cinesi, ieri, primo teste sentito dal collegio, ha snocciolato cifre da capogiro. “Era un fallimento annunciato – ha detto – nel 1997-98, la Seal aveva un miliardo di capitale e 21 miliardi di debiti con la Carivit, per un’incidenza degli interessi di due miliari e mezzo di vecchie lire”. 

“Ad oggi – ha spiegato Cinesi – il passivo ammonta ancora a 57 milioni di euro, 42 milioni dei quali con l’agenzia delle entrate e il resto tra fornitori ed esattorie, per imposte e Inps non pagati.  Sono rientrati solo tre milioni e 400mila euro, due milioni e 800mila dei quali di provvisionale grazie a una causa relativa ai contratti bancari vinta in primo grado con la Carivit, che però ha fatto appello. Il tribunale, invece, ha rigettato un’altra causa contro la Carivit, per abusiva concessione di credito, dal momento che ha dato 31 miliardi a un’azienda che aveva poco o nulla”. 

“Se la Seal fosse stata fermata dieci anni prima, forse non sarebbe successo”, ha risposto Cinesi alle domande sul ruolo svolto dal collegio sindacale poste dal pm Fabrizio Tucci e dal difensore di parte civile Marco Russo, parlando di costi esageratamente elevati per cui l’azienda non aveva assolutamente margine. 

Del tutto sproporzionato il costo del personale: “Cifre assurde. C’erano una sessantina di dipendenti in tutta la provincia, una quarantina solo a Viterbo. Poi i componenti del cda che già dal 1994, nonostante la crisi, si sono promossi da quadro super a funzionario. Intanto venivano assunti come consiglieri anche i parenti, i parenti erano ovunque, era la tendenza”.

Ci sarebbero state anche invenzioni contabili per evitare di uscire con risultati di bilancio negativi. Come nel caso delle fatture (vere) emesse solo tra il 2000 e il 2002 da un’azienda di software con sede nel principato di Monaco, ma non negli anni precedenti per nascondere le uscite. “Contrariamente a quello che si fa di solito emettendo fatture false – ha spiegato un finanziere – alla Seal spendevano, ma non contabilizzavano per non fare vedere i costi”.

Si torna in aula il 18 luglio. 


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