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“Il gran caffè di corso Italia? Mai chiesto soldi a nessuno”

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Viterbo - Gran caffè Schenardi

Viterbo – Gran caffè Schenardi

Viterbo - La riapertura del Gran caffè Schenardi

La riapertura del Gran caffè Schenardi

Viterbo - La riapertura del Gran caffè Schenardi

La riapertura del Gran caffè Schenardi

Viterbo - La riapertura del Gran caffè Schenardi

La riapertura del Gran caffè Schenardi

Viterbo - La riapertura del Gran caffè Schenardi

La riapertura del Gran caffè Schenardi

Viterbo - La riapertura del Gran caffè Schenardi

La riapertura del Gran caffè Schenardi

Viterbo - La riapertura del Gran caffè Schenardi - Corale San Giovanni

La riapertura del Gran caffè Schenardi – Corale San Giovanni

Leonardo Michelini, Primo Panaccia e Marcello Meroi

Leonardo Michelini, Primo Panaccia e Marcello Meroi

Viterbo - Schenardi chiuso

Viterbo – Schenardi chiuso

 

Primo Panaccia

Primo Panaccia

Viterbo – Schenardi gestione Primo Panaccia, è davvero fine corsa.  “Siamo giunti al capolinea, con l’avventura Schenardi ho chiuso”, conferma lo stesso Panaccia. Dopo di che si prende tutte le colpe, all’inizio di un’intervista fiume in cui non si risparmia e non risparmia accuse. 

Un bilancio lacrime e sangue. “Ci ho messo l’anima, ma non sono stato in grado, lo dico da imprenditore – esordisce – la colpa è mia, non di altri”. Per rassegnarsi all’idea che l’impresa non valeva la spesa gli ci  sono voluti tredici anni. Non consecutivi. In realtà otto, compresi tra la prima e seconda gestione, dal 2004 al 2010 e poi dal 2015 al 2017. 

Era il 2004 quando Panaccia rilevò lo storico locale, nel frattempo trasformato, negli anni più bui della sua storia, in un fast food. Lo stesso è successo alla stazione belle epoque del centro di Budapest, ma lì ha funzionato. Con Schenardi no. Ha fallito pure una delle più note catene mondiali di cibo mordi&fuggi.

“E’ stata un’operazione economica non brillante – dice, usando un eufemismo – ma non scapperò, non sto meditando fughe, pagherò tutto quello che c’è da pagare, a partire dai dipendenti, che avranno fino all’ultima lira”. 

Poi, gira che ti rigira, si ripete un antico ritornello, e cioè che ai viterbesi non piaccia andare da Schenardi. L’assessora alle attività produttive del Comune, Sonia Perà, commentando l’ennesima chiusura, aveva parlato del “problema target” dello storico gran caffè di corso Italia. 

“Funzionerebbe se ci fossero turisti 365 giorni l’anno, non con un incasso medio di 300 euro al giorno, che nemmeno l’ultimo bar della provincia”. Ciononostante l’ormai ex gestore ci tiene a dire di non avere mai chiesto l’elemosina al Comune. “Mai chiesto soldi a nessuno, solo un aiuto morale, che non mi mettessero i bastoni tra le ruote, invece…”, sottolinea amareggiato.

E il “cahier de doléances” diventa un “j’accuse”. “Nel 2004 mi hanno fatto fare le uscite di sicurezza, quest’anno mi hanno fatto una multa di 5mila euro perché c’erano e costretto a chiuderle. Poi mi hanno fatto la multa per l’immondizia non raccolta. Se mi fossero venuti incontro, almeno per l’immondizia, invece niente. E’ stato fatto di tutto per combattere Schenardi, invece di sostenerlo. Un locale abbandonato a se stesso”. 

Tra le (più) dolenti note, l’affaccio su piazza delle Erbe. “C’era la pedana esterna, mi hanno fatto la guerra finché non l’ho tolta. Avevo proposto di lasciarla almeno per ospitare i portatori di handicap a Santa Rosa, nemmeno quello. L’anno scorso ho ritentato col ‘salottino’ di Schenardi in piazza delle Erbe. L’ho dovuto levare, dopo avere speso i soldi, perché, per due mesi d’estate, gli ombrelloni deturpavano la piazza. E’ stato un tutti contro tutti, ho veramente provato una sensazione di solitudine”. 

L’ottocentesco Gran Caffè Schenardi ridotto a un gabinetto. “Era diventato il bagno pubblico della città. Le guide turistiche portavano le comitive al gabinetto. E quanto hanno protestato quando i bagni sono rimasti chiusi quattro giorni perché si erano allagati”.

Quindi un paragone. “Mi viene in mente il Caffè Pedrocchi di Padova, anch’esso un locale assolutamente di prestigio, inserito in un contesto sociale molto particolare. Ebbene, il Pedrocchi viene aiutato e supportato, sennò non starebbe ancora lì”, dice Panaccia, lanciando un’ultima frecciata.

Parole affettuose, invece, nei confronti dei proprietari: “A fine avventura voglio dire grazie alla famiglia Orzi. Se c’è qualcuno che mi è stato vicino, che mi ha incoraggiato, spronato, spinto a continuare sono stati loro. Sempre e in ogni momento”. “Auguro a chi verrà dopo di riuscire”, la conclusione. E, salvo clamorosi ripensamenti, è veramente un addio. The end. 

Silvana Cortignani


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