Viterbo – (p.p.) – “La separazione delle carriere non è contro la magistratura”. Beniamino Migliucci, presidente dell’Unione camere penali italiane, parla di un provvedimento che va nell’interesse dei cittadini e che rafforza il ruolo del giudice senza minare l’autonomia del pm.
Migliucci approfondirà l’argomento in un dibattito col procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma che si terrà a Caffeina sabato 24 giugno alle 12 alla sala regia di palazzo dei Priori. Modera il direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti.
Come valuta la separazione delle carriere dei magistrati?
“E’ stata l’Unione delle camere penali – dice Migliucci – a intraprendere, attraverso un comitato promotore, fatto solo di avvocati dell’Unione, questa campagna per sensibilizzare l’opinione pubblica su quella che noi riteniamo una necessità che non riguarda solo questo settore, ma tutte le persone”.
Si spieghi.
“Riteniamo che l’articolo 111 della Costituzione, e quindi il giusto processo, si attui solo se il giudice sia ‘terzo’ per garantire l’imparzialità della decisione. Tutti i codici a tendenza accusatoria prevedono appunto che il giudice debba essere distinto da chi accusa, che non deve aver la stessa cultura del pm ed è un’anomalia che il magistrato requirente e quello giudicante appartengano allo stesso ordinamento. Ecco perché abbiamo voluto riportare al centro del dibattito questo tema, che era stato abbandonato da tempo, nonostante nel 2000, dieci milioni di italiani fossero andati a firmare per un referendum sul tema della separazione delle carriere proposto dai Radicali. La politica aveva assicurato il suo impegno e poi nulla venne fatto”.
Perché dunque perseguire questa strada?
“Perché crediamo che comporti un miglioramento anche sulla ragionevole durata del processo, visto che è necessario che il controllo, anche sulle indagini, debba essere effettuato da un giudice realmente terzo e quindi diverso da chi accusa. Troppo spesso, vediamo proroghe che vengono date in continuazione, senza una vera necessità. Anche sulle intercettazioni, difficilmente c’è un penetrante controllo, essendo il pm e il giudice, accomunati dallo stesso obiettivo.
Ciò determina anche un’impropria visione del processo che, in un paese liberale e democratico, deve essere solo la verifica della pretesa punitiva dello Stato nei confronti di un singolo cittadino, e che, in questo caso, invece, si trasforma nella lotta a questo o quel fenomeno criminale”.
E’, per lei, dunque, una giusta proposta?
“Certo, perché va nell’interesse dei cittadini. Si tratta di un dibattito culturale e non è contro la magistratura, al contrario si tratta di una riforma per rafforzare il giudice, rendendolo diverso e distinto da chi accusa, senza indebolire il pm. Riteniamo che questa riforma sia ineludibile ormai, dopo tanti anni in cui è entrato in vigore il codice a tendenza accusatoria e dopo che è stato introdotto nella Costituzione, l’articolo 111 che è troppo isolato ed è per questo che abbiamo voluto fare una proposta costituzionale di iniziativa popolare.
Non corrisponde al vero che la nostra proposta mina l’autonomia e l’indipendenza del pm, che rimane un magistrato per nulla sottoposto all’esecutivo. La società ha interesse ad avere un pm che sappia fare le indagini e che abbia una specifica competenza in questo, ma il giudice deve avere una diversa cultura della prova perché questo rassicura e rende più autorevole e accettata la decisione”.
La riforma del processo penale è legge.
“Per noi ci sono degli elementi positivi, molti dei quali sono stati introdotti anche grazie all’apporto dell’Unione delle camere penali, perché la riforma è stata mogliorata dal 2014 a oggi, però, ce ne sarebbero anche altri, ma in particolare due che la connotano in maniera negativa e inaccettabile, perché secondo noi, si pongono contro la Costituzione e la logica”.
Quali?
“Il primo aspetto è costituito dall’allungamento dei termini di prescrizione. Al contrario, la nostra Costituzione prevede la ragionevole durata del processo e non uno infinitamente lungo che costituisce un danno, non solo per l’indagato, ma anche per le persone offese e la collettività. Abbiamo rilevato, facendo una tabella, che la gran parte dei reati più gravi, già al giorno d’oggi, si possono perseguire per anni e anni: oltre 18 per la bancarotta fraudolenta, 25 per la rapina aggravata, 40 per l’associazione per delinquere volta al traffico di stupefacenti, 12 e mezzo per la corruzione. Ci chiediamo se questo, in un paese civile, non sia un periodo sufficiente per arrivare a una sentenza”.
Cosa intende?
“Non si può immaginare che un imputato affronti il processo, magari mentre è all’università e lo concluda quando ha figli grandi. Ognuno ha diritto di organizzare la propria vita e le persone offese devono sapere, in tempi ragionevoli, se chi gli ha fatto del male è colpevole o innocente o per esempio, la società ha diritto di sapere se un politico è stato leale o meno e non certo dopo venti anni.
Tra l’altro, l’allungamento del processo allontana dalla presunzione di innocenza, perché una persona rimane sotto scacco per tanti anni, alimentando il processo mediatico che tutti dicono di voler combattere, anche se nella realtà non lo si fa. La ricetta per rendere il nostro processo civile dovrebbe essere il contrario, dando tempi certi alle indagini come appunto previsto dal codice accusatorio con un massimo di due anni che dovevano servire a raccogliere elementi e vedere se ce ne fossero alcuni per sostenere l’accusa in giudizio.
Allontanando il processo, il dibattimento rischia così di non essere più il momento centrale del processo con la possibilità di tornare all’inquisitoria dove valgono le indagini e dove c’è una presunzione di colpevolezza fondata su di esse. Va stigmatizzato anche perché la nostra costituzione, con la convenzione europea dei diritti dell’uomo, prevede che il processo debba avere una durata accettabile. Sotto questo aspetto, abbiamo voluto criticare la riforma che allunga di altri e tre anni i tempi oltre a quelli già infinitamente lunghi di cui parlavo prima. Sconvolge anche quello che ci chiedeva l’Europa e cioè di on far prescrivere i processi rendendoli adeguatamente brevi e non di dar conto delle prescrizioni per aumentare i tempi della loro durata”.
Il secondo aspetto invece?
“Riguarda il cosiddetto processo a distanza e la partecipazione dell’imputato, detenuto, al dibattimento. Questo era previsto solo per gravissimi reati, come la criminalità organizzata, adesso, invece, c’è un’estensione fondata su generiche ragioni di sicurezza o di esigenze di celerità. Per cui, si farà affrontare a un presunto innocente, qualsiasi sia il suo reato, il processo dal carcere invece che davanti al giudice e vicino al suo avvocato, mentre, negli anni passati, secondo una giusta idea liberale e democratica, avevamo immaginato che l’imputato dovesse stare libero e senza manette accanto al suo difensore e magari non in una gabbia.
Tra l’altro con un pregiudizio enorme per chi ha meno, visto che i più abbienti potranno permettersi due avvocati, uno in carcere con loro e l’altro davanti al giudice, chi non ha possibilità, invece, dovrà fare una scelta. Questa riforma, si pone in contrasto col diritto di uguaglianza e contro i principi di oralità e immediatezza che sono presidio di un giusto processo. Due aspetti – conclude Migliucci – che connotano di una negatività inaccettabile la legge”.
