Viterbo – In genere non sento la necessità di raccordarmi all’amico Trappolini, che sa lucidamente interpretare il corso attuale della politica con il senso e l’esperienza di chi la politica l’ha fatta per lungo tempo, ma questa volta provo a dare una sorta di continuazione a quanto da lui scritto a proposito di rabbia ed elezioni nell’attuale temperie nazionale e internazionale.
Trappolini descrive i cambiamenti in atto con la sua consueta arguzia, ma mi viene immediatamente da chiedere: perché accade tutto ciò?
Lo scenario non è nazionale, è internazionale; quindi i Berlusconi, i Grillo, ma anche i Prodi, i Renzi hanno un riscontro globale macrostrutturale.
Un mio studente cinese, descrivendo in una sua tesina d’esame il processo di urbanizzazione del suo Paese, scrive che la Cina è un paese capitalista, di un capitalismo addirittura d’antan, e che il regime comunista è solo un’apparenza di facciata. Lo sapevamo già, ma detto da un ragazzo mongolo di vent’anni che intende scalare le gerarchie amministrative del suo Paese, fa impressione.
Al contrario, si sta delineando un regime statalista negli Stati Uniti, voluto da Trump con l’appoggio delle masse lavoratrici dell’industria – e dell’oligarchia economica americana – che ha come primo obiettivo da un lato il protezionismo e dall’altro il controllo del dissenso interno. Tutto questo, immaginato vent’anni fa, sarebbe sembrato fantascienza.
In Francia, con Macron, è crollato lo scacchiere politico tradizionale e molte democrazie dell’Unione Europea faticano a trovare il bandolo della matassa per creare maggioranze parlamentari affidabili.
Nel frattempo il populismo deborda ovunque, trasformandosi da umoralità di piazza a partito con ambizioni di governo, per lo più con inclinazioni pericolosamente totalitarie. A leggere Eric Hobsbawn, viene da pensare che stiamo rivivendo le derive del Secolo Breve, dei primi anni Venti del ‘900, quelli che condussero alle dittature nazifasciste e comuniste.
A tutto ciò si aggiunge un fenomeno che non è mai considerato a sufficienza: l’epocale trasferimento di milioni di persone dai territori più poveri e inospitali del pianeta, capaci di generare con la fame e la povertà anche l’oppressione politica ed economica.
Una migrazione che inevitabilmente sconvolge gli equilibri della modernità sul piano economico, politico, demografico e certamente anche culturale, generando conflitti e contraddizioni che vengono interpretati dagli uni e dagli altri in termini di “scontro di civiltà”.
Quali le cause di tutto ciò? In termini generali potremmo sottoscrivere quanto asserito da studiosi come Zygmunt Bauman e Anthony Giddens, quando descrivono la realtà odierna come “postmodernità” e la postmodernità come stato di complessità, di cambiamento, di incertezza. La globalizzazione non ha omologato il mondo, come si temeva, semmai ha fornito gli strumenti per portare a livello planetario i problemi e gli interessi localistici, favorendo la mobilità, facendo emergere l’eccentricità, dando statuto alla contraddizione. Altro che schiavitù dei media, le singolarità si sono impadronite dei media per scendere in campo: l’Isis recluta via social, gli scafisti patteggiano le condizioni di trasporto nel Mediterraneo con le Ong e le istituzioni europee, il populismo si organizza sul web meglio che su qualsiasi piazza.
Allora, a ben vedere, il vero sconfitto di questi ultimi decenni è il politicamente corretto. Quel politicamente corretto che a forza di imporre modelli, moduli, criteri, prassi ha finito per manifestarsi come una sorta di dittatura culturale. Una dittatura culturale – spiace dirlo – per lo più di sinistra, per lo più progressista che invece di veicolare il pensiero critico, che è la base della democrazia, ha finito per esprimersi attraverso i dogmi, l’autoreferenzialità, il conservatorismo ideologico, il manicheismo etico: i buoni siamo noi, voi siete i cattivi.
Così in un’epoca postindustriale dove l’industria copre appena il 25% della forza lavoro, c’è chi si intestardisce a pensare che il movimento operaio sia la forza dura del progressismo sociale e non si accorge che gli operai votano Trump in America e Grillo o Salvini in Italia; che i lavoratori scioperano per motivi del tutto corporativi; che il migrante o il diverso non sono buoni a prescindere; che l’insegnante sta diventando la vittima designata dei problemi di crescita evolutiva dei suoi alunni e dei loro distratti genitori; che la democrazia finisce per essere una sorta di pareggiamento delle identità (tutte le religioni sono uguali), che distingue sulle differenze (sono valide solo quelle minoritarie) equivocando sul significato del noto aforisma attribuito a Voltaire, che in realtà difendeva il diritto di parola dell’avversario solo per abbatterlo meglio.
La stessa laicità del pensiero politico sociale è diventato laicismo ideologico e pensiero unico.
Di fronte ad ipocrisie, omissioni, acriticità di chi poteva governare al meglio il diritto alla libertà, alla democrazia e al rispetto dell’altro, ma anche il diritto all’ordine e alla crescita, la “reazione reazionaria” era inevitabile, così come la messa in discussione, anzi in mora, di ogni certezza, anche di quelle faticosamente raggiunte attraverso il sacrificio politico e una elaborazione etica e filosofica profonda, ne era la prevedibile conseguenza.
A molti, ma soprattutto a coloro che ancora ricordano le suddivisioni nette tra destra e sinistra di trent’anni fa, l’apparente confusione attuale non può che apparire una sorta di involuzione storica e una pericolosa inclinazione verso nuove forme di totalitarismo. Ed è certamente vero.
Ma il vero problema è che per le più giovani generazioni tutto ciò appare “normale”; anzi, talmente poco rilevante da far loro disertare le urne. Non partecipare ai meccanismi della democrazia non vuol dire soltanto disinteressarsene (e Kennedy ammoniva che se uno di disinteressa di politica, sarà la politica ad interessarsi al suo posto…) ma può anche preludere ad un interessamento diverso, ispirato da una qualsiasi forma di cambiamento, che sia generato dall’antagonismo anarchico e luddista, dalla collusione faccendiera o dalla demagogia del primo capopopolo mediatico di passaggio, poco importa.
Sono i disperati a voler un cambiamento, quale che sia; i disperati che non hanno nulla da perdere. E i veri disperati di oggi sono le giovani generazioni, già di per sé portatrici di mutamento sociale (calcolate l’età media di coloro che fecero la marcia su Roma, dei “guardiani della rivoluzione” o di coloro che oggi ingrossano le file dei black bloc).
I giovani di oggi, quelli che non intravedono una possibilità di occupazione e una pensione futura, che sono disposti a cogliere qualsiasi opportunità, che non hanno più voglia di credere in qualcosa, che per ribadire la propria identità devono prendere a calci il competitore di turno: questi giovani, se decidono di presentarsi ai seggi elettorali sono soltanto pronti a ribaltare gli schemi e ad affidarsi a chi strilla più forte e con il megafono giusto: il megafono semplice delle parole d’ordine e delle battute ad effetto, quelle che possono essere espresse in una twittata o possono generare un like acchiappato al volo.
Date un futuro alle nuove generazioni se volete costruire un futuro; altrimenti, persino le difficili politiche energetiche disegnate per un futuro sostenibile, per chi saranno? Per una società futura di repressi, di inappagati o di cinici opportunisti?
E attenzione: i giovani potenzialmente più esplosivi non sono né i più “bravi”, oggetto privilegiato della novella filosofia meritocratica, né quelli più svantaggiati, destinatari di politiche sociali ad hoc, ma i tanti “normodotati”, quelli che stanno anonimamente e pericolosamente a metà strada e che non trovano l’attenzione del politicamente corretto.
Ci preoccupiamo – giustamente – del futuro dei nostri figli, quando parliamo di ambiente, di effetto serra, di riscaldamento marino, ma poi non siano in grado neppure di garantire loro la pensione. Un altro caso di politicamente corretto che, se recitato come un mantra, diventa solo un esempio di miopia ideologica e socioeconomica.
Francesco Mattioli
