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Federica Angeli: “Mi dicevano: Hai tre figli, da chi cominciamo?”

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Viterbo - Ombre festival, la giornalista di Repubblica Federica Angeli

Viterbo – Ombre festival, la giornalista di Repubblica Federica Angeli

 

Viterbo - Ombre festival, il procuratore capo Paolo Auriemma

Viterbo – Ombre festival, il procuratore capo Paolo Auriemma

 

Viterbo - Ombre festival, Paolo Casini modera l'incontro

Viterbo – Ombre festival, Paolo Casini modera l’incontro

 

Viterbo - Ombre festival, Elisa Fornaro modera l'incontro

Viterbo – Ombre festival, Elisa Fornaro modera l’incontro

 

Viterbo - Ombre festival, l'incontro con la giornalista di Repubblica Federica Angeli

Viterbo – Ombre festival, l’incontro con la giornalista di Repubblica Federica Angeli

 

Viterbo - Il pubblico di Ombre festival

Viterbo – Il pubblico di Ombre festival

Viterbo – (s.m.) – Sola a lottare contro i giganti. Ma questo era ieri. “Accanto a me, adesso, c’è uno Stato. Quindi per ora va tutto bene”.

Scrolla le spalle e sorride la giornalista di Repubblica Federica Angeli, nonostante la scorta che non la perde di vista un attimo, dopo le sue inchieste sulle famiglie Spada, Fasciani e Triassi a Ostia.

“Spada. Fasciani. Triassi. Li voglio ripetere questi nomi, perché li dovete sapere: a loro la luce dà fastidio”, dice dal palco viterbese di “Ombre festival”. 

In prima fila ad ascoltarla ci sono i carabinieri, quelli che ogni giorno la vanno a prendere e la riportano a casa. Che hanno raccolto le sue denunce. Che vegliano anche sulla sua famiglia. Perché le minacce, quelle più allarmanti, dopo il primo faccia a faccia con Armando Spada, erano arrivate anche alla sua famiglia. “Tanto contro de noi non vinci – mi dicevano -. Tanto tu sei de Ostia. E do’ vai? Hai tre figli… con chi cominciamo? Con la piccola? Quant’è carina con quegli occhi azzurri…”. 

Maggio 2013: Federica parte dall’intercettazione che trova in un fascicolo. Uno di quelli che si ammonticchiano sulle scrivanie di chi, come lei, scrive di nera e giudiziaria. Dentro l’ufficio tecnico del comune di Ostia, l’ottavo municipio oggi sciolto per mafia, Armando Spada dice al suo gancio: “Aoh, ce devi da’ il chiosco de quelli che avemo ammazzato noi”.

“Parlava dell’Orsa Maggiore – racconta lei -, il chiosco più bello di tutta Ostia. Io ci vado. Vado a fare domande accompagnata da due colleghi che riprendono l’intero incontro con le telecamere”. Le tengono basse, ma quando Armando Spada vede la spia rossa del rec, capisce che sono accese. “Mi porta in una stanza dove resto sola con lui per un’ora e mezza, mentre i colleghi restano con altri sette-otto scagnozzi. Vuole la scheda della telecamera. E per convincermi, inizia a minacciare i miei figli. Mi è passata davanti tutta la vita in un momento. Ma non gli ho consegnato quella scheda”. Escono con un escamotage. Ma non è finita. 

Il 16 luglio sente degli spari sotto casa. “Mi affaccio e assisto a un conflitto a fuoco. Riconosco uno dei Triassi e Romoletto Spada che, disturbato dagli sguardi indiscreti dalle finestre, lancia un grido: ‘Tutti dentro, lo spettacolo è finito'”. Lei prende e va a testimoniare: il giorno dopo ha la scorta. “Ho pianto per tutto il viaggio in macchina fino a casa. Poi ho indossato un sorriso per i miei bambini e gli ho detto: ‘Ragazzi, mamma è stata così brava con un articolo che le hanno dato due autisti’. E loro: ‘Brava mà! E a quanti articoli dobbiamo arrivare per avere la villa?'”. 

Accanto a lei c’è il procuratore capo di Viterbo Paolo Auriemma. Il dibattito si innesta su Roma e sulle difficoltà di chiamare “mafia” certi gruppi criminali che della mafia sono emissari o hanno la stessa caratura. È stata la difficoltà di Federica a Ostia: prima della sentenza di condanna con l’aggravante del metodo mafioso, nessuno parlava di mafia in quel pezzo di Roma. “Il problema vero? Le buche”, dicevano tutti.

Per Auriemma non è questione di etichette, ma di occhi aperti: “Il cittadino deve saper distinguere a prescindere dalle sentenze cos’è mafia e cosa non lo è. I processi vadano come vadano. La magistratura non può e non deve accertare verità assolute, altrimenti si addosserebbe ai giudici un ingiusto potere di bonifica morale. La magistratura applica la legge. Giornalisti e cittadini, invece, devono osservare la realtà e, da quella, comprendere”. 


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